ARCELLA ÜBER ALLES

di Alessandro Zanchetta.

Arcella. Quartiere storico di Padova.Esco di casa in bici alle 22. È sabato sera, si può dire che la notte è giovane (anche se questo modo di dire non lo è più, che cosa curiosa) e devo raggiungere alcuni amici all’altro capo del quartiere. Non che Padova sia una metropoli, ma nella mia compagnia ci muoviamo tutti in bici, quindi i tempi di spostamento ci fanno sentire parte di una grande città, anche quando dobbiamo percorrere via Tiziano Aspetti. Io sto poco più in là del cavalcavia Borgomagno, alla Ss.Trinità, poco prima del sottopassaggio che porta al Sacro Cuore. Ho sempre pensato che l’Arcella abbia più chiese che cattolici: non è possibile che nel raggio di un paio di kilometri da casa mia si trovino Ss.Trinità, Buon Pastore, San Bellino, Sacro Cuore, il santuario dell’Arcella e andando appena un po’ più in là San Filippo Neri, San Gregorio Barbarigo e San Lorenzo. Va bene che Sant’Antonio è morto qui, ma cosa se ne faccia un quartiere come il mio di tutte ‘ste chiese ormai non lo sa nessuno. In ogni caso parto, devo passare pure a salutare un paio di amici che vanno al Pedro. Serata rap, non mi interessa, e spendere 5€ per qualcosa che non ti interessa di questi tempi potrebbe essere traumatico, ma salutare è gratis, quindi faccio un salto.        Faccio la strada che porta al cavalcavia Dalmazia (ebbene sì, per uscire dall’Arcella volenti o nolenti bisogna fare sottopassi o cavalcavia: siamo circondati da autostrade e ferrovie), e come al solito quando ci sono queste serate degne di un Centro Sociale di medio-piccola taglia la via è piena di macchine parcheggiate approssimativamente a bordo strada, il che ha qualcosa di scenografico, mi fa sorridere.

            Dietro alle macchine, muri grigi: c’erano dei murales bellissimi, ma il Comune ha deciso che il grigio è più elegante, e in più continua a coprire tutto ogni volta che qualche writer cerca di farsi notare un po’.

            Mi fermo un po’ con i miei amici “disobba”, poi dirigo il mio potente mezzo a pedali verso il Gasoline, dove mi aspetta la mia compagnia. Il McGregor sarebbe più vicino, ma ad alcuni (me compreso) i gestori non stanno particolarmente simpatici e dato che, personalmente, dare i miei soldi ad una persona che mi sta antipatica di questi tempi potrebbe essere traumatico, preferisco fare un po’ di strada in più e finanziare la simpatia.     Ormai sono le 22.30, percorro più o meno velocemente via Tiziano Aspetti e arrivo a destinazione. Il Gasoline è pieno di gente, ma so che mi hanno tenuto il posto lì dentro, quindi lego la bici (con due lucchetti, non si sa mai) e raggiungo gli “amici di sempre” all’interno del locale. Mi è sempre piaciuto per la sua atmosfera rock/alternativa e per il fatto che se uno non ha voglia di stare seduto tutta la sera può giocare a biliardo o a calcio balilla, tanto per ingannare il tempo. La serata trascorre tranquilla tra birra e affini, nessuno ha troppa voglia di fare chissà che cosa, siamo tutti stanchi dalla settimana (che gioia, questa quinta), così chiacchieriamo un po’ del più e del meno. Verso mezzanotte e mezza una mia amica deve tornare a casa e mi chiede se l’accompagno. Richiesta comprensibile, acconsento volentieri, così ho l’occasione di raggiungere un altro paio di amici che vogliono imbucarsi a una festa al Mappaluna, perché dare dei soldi per una festa di questi tempi potrebbe essere traumatico. Ci saremo imbucati a decine e decine di feste come questa ormai, tutto sommato ne è sempre valsa la pena, in più ormai ho finito gli argomenti di conversazione (ai miei amici non posso neanche più raccontare tutte le mie turbe sentimentali perché ormai le sanno a memoria), così colgo l’opportunità al volo. Mi ritorna in mente quella ragazza che abitava alla Sacra Famiglia con cui stavo, quella che non veniva all’Arcella la sera perché aveva paura.

                                  

“Sciau bela!” (Tipico saluto da uomo a donna in zona Borgomagno-via Aspetti)

 

            Ha accettato di venire una volta sola a patto che l’accompagnassi io fin da subito e che fossi già al luogo di ritrovo prima che arrivasse, per essere sicura di non restare sola neanche un momento. Mi chiedo se avesse ragione ad avere questa paura spasmodica o se le sue fossero paranoie esagerate. Come un genitore che ha accompagnato a casa l’amico del figlio seguo la mia amica con lo sguardo finché non varca il portone di casa, e punto dritto verso via Bernina 18. Quanto mi piace, via Bernina 18. È come un’entità a sé stante, una cittadina a matrioska dentro l’Arcella, che a sua volta, è come fosse una cittadina a matrioska all’interno di Padova. Via Bernina 18 è infatti un complesso edilizio abbastanza consistente, che consta in vari interni.

            Di questi interni, quattro sono sale affittabili di varia grandezza per organizzare feste, uno è una grande ludoteca per bambini con tanti gonfiabili, uno è una sede di un gruppo di ultras centauri del Padova, uno è una grande sala per corsi di ballo lento, uno è una palestra, uno è un mercatino dell’usato, uno è una chiesa per i cattolici cinesi, uno è una sala prove professionale, e alcuni altri sono appartamenti, come case popolari. L’anarchia, insomma… Uno di quei luoghi dove non succede niente perché non deve succedere niente. Fatto sta che raggiungo questi due miei amici, saliamo la rampa che da bambini ci portava al luogo più divertente del mondo (il Mappaluna, appunto) e ci imbuchiamo all’ennesimo festino losco che ormai è agli sgoccioli. Troviamo inevitabilmente altre persone che conosciamo (l’Arcella è piccola, no?) e concludiamo la nostra serata.

            Non ho più sonno, così faccio un po’ di strada con un mio amico allungando il mio ritorno a casa. Abita dietro il PalaSport, insomma dietro lo stadio di atletica Colbachini, quindi arrivo fino a piazzale Azzurri d’Italia, lui supera le panchine che sono ormai casa di qualche barbone o tossico (non è mai troppo semplice distinguerli di notte) e se ne va a casa.

            Ricordo che nel parchetto del piazzale è stato ucciso un uomo un paio d’anni fa, ma intanto passo davanti al paninaro onto che ormai è un’istituzione e mi dirigo verso casa.    

            Tornando ripercorro via Tiziano Aspetti. È orario di lavoro per quelli che la gente bene chiama “gli emarginati sociali”: prostitute (tante, tantissime), qualche losco figuro identificabile come trafficante di chissà cosa, i kebabbari (tanti, tantissimi) ancora aperti che accolgono la gente che vive di notte, perché al kebab delle 2 non si può dire di no. C’è pure un fruttivendolo aperto, ma lo sanno tutti che quello vende pure alcolici, altro che frutta… A volte è comodissimo. Ho imparato che se non dai fastidio, nessuno ti darà fastidio. Metto le cuffiette, parte “California Über Alles” dei Dead Kennedys.

            Non ho paura a girare da solo di notte qui, è anche casa mia ormai. Da maschio è sicuramente più facile dirlo, e capisco anche chi si preoccupa per se stesso, o per i propri figli quando devono girare soli in quartiere. Mi dico però che se questo è davvero un problema, qualcuno prima o poi si attiverà per risolverlo. La volontà degli arcellani c’è, e far rinascere una zona che è comunque popolata da tanti giovani, come questa, è tutt’altro che impossibile, e anche la parte più matura dei residenti ci tiene, come testimoniano le tradizioni della zona che restano vive e partecipate (come la rievocazione dell’ultimo viaggio di Sant’Antonio, che si tiene ogni anno la notte del 12 Giugno)…

            Chissà, forse ce la faremo. Ormai sono a casa, mi trascino su per le scale e finalmente mi infilo a letto. Per qualche motivo, sull’insulso cavalcavia Camerini che mi passa a pochi metri dal balcone, ci sono sempre macchine in transito, a qualsiasi ora. Ma sono abituato anche a quelle.

 “Panino o piadina? Pichiante? Cipola?” (tipiche domande arcellane)

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