DA FOMA’ A BRAGLIA

di Giuseppe Tramontana.

Tra i personaggi di Dostoevskij ce n’è uno molto particolare. E’ il protagonista di uno dei romanzi meno conosciuti (almeno in Italia) del grande scrittore russo, Il villaggio di Stepacinkovo ed i suoi abitanti, e si chiama Fomà Fomic. Fomà Fomic? E chi era costui? Verrebbe da chiedersi riecheggiando Manzoni. E già, chi era? E perché lo tiro fuori adesso? Ad essere onesti, qualcuno prima di me l’ha utilizzato: Leonardo Sciascia nel Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia. Ma tant’è: i grandi personaggi dei grandi autori sono tali proprio perché immortali e sono immortali perché riescono a incarnare caratteri, passioni e mediocrità di un universo senza tempo e fine, ben oltre il limitare del tempo in cui vivono. Ma torniamo a Fomà Fomic. Chi è? E perché mi è venuto in mente. In realtà, rispondere alla prima domanda è già un modo per rispondere anche alla seconda. E capirete il perché. Anzi, lo capirete così bene che non ci sarà bisogno di ulteriori chiarimenti. Che, infatti, non fornirò, lasciando a voi le dovute conclusioni. Dunque, Fomà Fomic è un personaggio abbastanza insignificante (“Fomà era piccolo di statura, biondochiaro e brizzolato, con un naso ricurvo e piccole rughe su tutto il viso. Sul mento aveva un grosso porro. La sua età era sui cinquanta”), ospite del colonnello Egor Il’Ic, il quale, pur essendo il padrone di casa, viene tiranneggiato dal piccolo, insignificante omino. Ed, infatti, il colonnello, temendolo, sopporta con indole stoica rimproveri e sopruso, comportamenti sgarbato ed offensivi, insolenze e capricci. Come un bimbo viziato, al colonnello che, in soggezione, gli offre del tè, risponde sdegnoso: “Ho altro per il capo che il vostro tè! (…) Voi vorreste che tutto fosse dolce!” E, poco oltre, lo rimprovero a muso duro, perché ha osato interromperlo (o meglio dire la sua su un certo argomento): “Io vi prego, colonnello, di non interrompermi con la vostra mineralogia, di cui, per quanto mi è noto, non sapete nulla.” Ma non finisce qui. Perché nel corso del romanzo Fomà non perde occasione di insultare e prendere in giro chiunque, di fare le bizze se non viene accontentato, di vestire all’occorrenza le parti della vittima (quando qualcuno osa rispondergli) a quella del carnefice (parte a lui più congeniale). E da carnefice deride tutti, si fa beffe, anche di coloro che un attimo prima l’hanno ‘offeso’ in un modo semplicissimo: li schiaccia con la una sua presunta erudizione. Chi è allora, Fomà Fomic? E’ un parassita, un grottesco parassita, capace di esercitare un potere esorbitante sugli altri mediante un meccanismo alquanto semplice: il potere intimidatorio dell’erudizione, del sapere. Di un sapere, spesso, artefatto, inventato o manipolato, un sapere che oggi potremmo definire “complottistico” o, meglio “cospirativistico”. Tale sapere, per quanto fasullo, cosa fa? Alcuni effetti ce li ha. Primo tra tutti quello di gettare sull’interlocutore un’ombra di scetticismo: la sua cultura, quella ufficiale, quella che lui ha appreso frequentando le accademie, le università o semplicemente leggendo i libri e giornali, è falsa, è tutto un castello falso, costruito dai “poteri forti” per controllarci e non farci sapere la verità. In secondo luogo, appena tale dubbio si insinua, l’ascoltare è costretto ad ammettere la propria inferiorità, la propria ignoranza con l’ovvia conseguenza di accettare, rispettare, venerare colui che, dall’alto del suo scranno del sapere, gli concede la vera conoscenza. E non si ribella, non discute. E se lo fa, lo fa a suo rischio e pericolo: l’irrisione è ciò che l’aspetta. E poi la messa al bando, la cacciata. Fomà Fomic non ha altre armi. Non è particolarmente ricco (e comunque non al punto di transustanziare la sua ricchezza in potere), non ha nemmeno l’arma del comando politico (almeno inizialmente) o religioso o militare o artistico o d’altro tipo. Ha solo la forza della parola, della persuasione, una parola che, come diceva Gorgia, pur avendo un piccolo corpo provoca grandi sommovimenti d’animo in chi ascolta. Ma Fomà è anche colui che si lascia andare in viscerali parole d’amore verso chi deve blandire, che si fa trascinare dalla vena oratoria fino al punto di cadere quasi in deliquio, è anche colui che non perde occasione di mostrare il proprio disinteresse verso ricchezze, incarichi e beni materiali, desiderando soltanto ergersi ad autorità morale, un Savonarola fustigatore di corruzione, malcostume e infigardaggine dall’invincibile potere oratorio, usato ora come clava (verso i nemici) ora come balsamo (verso gli amici) . Ora, la domanda: chi vi ricorda? Chi assomiglia, oggi, a Fomà Fomic? Io un’idea ce l’ho e voi?

Un secolo e mezzo fa frequentavo lo stadio Cibali. Andavo a vedere le partite del Catania. All’epoca il Catania navigava tra serie B e C, non esisteva la Lega Pro e anche lo stadio si chiamava appunto Cibali e non, come oggi, Massimino (il quale, invece, da Presidente, seguiva con passione e livore le partite della sua squadra). Ora, negli anni tra il 1985 e il 1987 giocò nel Catania un ragazzo, poi diventato un bravo allenatore (oggi è alla guida della Juve Stabia): si chiamava (e si chiama) Piero Braglia. E noi della curva sud lo chiamavamo “l’uomo dalle mille mosse”. Lo chiamavamo in questo modo attingendo a piene mani a quell’ironia crudele e icastica che, a volte, solo negli stadi e nelle commedie di Oscar Wilde è possibile incontra. Infatti, Braglia di mosse, in campo, ne faceva ben poche. Di solito, si ritagliava un paio di metri quadrati di terreno e da lì non si muoveva: un metro avanti, un metro indietro; un metro a destra, un metro a sinistra. Ma sempre lì stava! Finte, controfinte, scatti di trenta centimetri, stop a seguire, ma, alla fine, la palla la perdeva sempre. La tecnica ce l’aveva, ma gli mancava qualcosa. In curva, una volta, un tifoso molto esperto si lasciò andare ad un’analisi personalizzata: disse che era pigro. Pigro come quel tale che, pur di non fare lo sforzo, sposò una donna già incinta. Ma non so se si trattasse solo di questo, cioè solo di pigrizia o indolenza. Forse c’era dell’altro. Forse questioni di motivazioni o talento. Non saprei. Lui probabilmente voleva inventare, ma andava sempre incontro ad un qualche fallimento, con annessa figuraccia. Fatto sta, tuttavia, che i numeri parlano chiaro: in tre anni fece solo 5 gol, mentre in tutta la carriera – dalla C2 alla A, dal 1973 al 1989 – realizzò la miseria di 16 gol. A volte, a dire il vero, provava a fare qualcosa di più fantasioso: un lancio lungo, talmente lungo che finiva implacabilmente tra le braccia del portiere avversario, un tentativo di tunnel che però regalava la palla agli avversari, un accenno di dribbling o doppio passo che finiva con il nostro campione per le terre. Ora, nella politica nazionale c’è qualcuno che mi ricorda il buon (anche se non vecchio: è del ’55) Braglia: Napolitano. Gira, rigira, finte e contro finte, alla fine non si muove dal suo terreno di elezione (letteralmente): per lui, i fatidici due metri quadrati sono la poltrona presidenziale. A volte prova con qualcosa di nuovo che presto si dimostra o vetusto (i famosi moniti) o inutile (i famosi moniti) o deleterio (conflitto con la Procura di Palermo) o ridicolo ( le commissioni). Con atteggiamenti sussiegosi, parole roboanti e ingegnose elucubrazioni vorrebbe farci credere di essere lui il motore della squadra, ma, ahimè, non si rende conto che l’unico modo che ha per rendersi utile è chiedere la sostituzione, uscendo anzitempo dal campo. Ma, se si rendesse conto di ciò, non sarebbe più l’insostituibile uomo dalle mille mosse.

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