Il dovere di decidere opportunamente

di Vittoria Di Fabio*.

Non è semplice avviare la ripresa in Italia dal momento che governi eletti e governi designati si  sono insediati ed hanno operato senza che fosse possibile rilevare un cambiamento in meglio.  SI è piuttosto sentita l’esigenza di tenere sotto controllo la situazione imponendo provvedimenti restrittivi, che hanno inciso senza dubbio in modo negativo.

Nel tempo iniziative discutibili,  seriose, temporeggianti, dirompenti si sono avvicendate non riuscendo ad intaccare i problemi più aspri e non ottenendo sostanziali  mutamenti per quanto riguarda la condizione di  carenza di denaro residuo da spendere. Si è così ridotta al minimo la richiesta di prodotti incidendo seriamente sulle attività commerciali. Un notevole aumento della disoccupazione e la chiusura di ditte in numero preoccupante e con tratti  di disperazione si presentano in tutta la loro complessità ai politici.

Molti provvedimenti sono stati avviati e conclusi,  ma si continua a discutere  sul fatto che una normativa sui contratti per facilitare l’assunzione e ridurre la disoccupazione dovrebbe avere come logica premessa una ripresa delle attività commerciali. Perché ciò avvenisse occorrerebbe una maggiore capacità di acquisto che, a sua volta, presupporrebbe una sostanziosa riduzione della pressione fiscale. Un profilo che, con le dovute differenze, si applica alla situazione di molti paesi del vecchio continente e produce una sofferenza che dovrebbe spingere a cooperare.

La crisi  ha messo a dura prova il mondo occidentale ed in particolare alcune  nazioni  europee  per  la difficoltà nel trovare proposte e soluzioni ai molteplici, enormi problemi che il tempo ha ingigantito.

La lenta presa di coscienza del processo di globalizzazione che dilagava,  ampiamente e profondamente,  ha contribuito a renderci dipendenti dagli effetti di questo nuovo modo di procedere che, ormai da lungo tempo,  aveva rivelato di non aver dato luogo  soltanto a cambiamenti in positivo.

Lentamente I mercati sono stati invasi da beni a basso costo, che la crisi persistente ha reso appetibili anche nella consapevolezza della perdita di qualità, riducendo, gradualmente ma incessantemente,  la vitalità di numerose  piccole imprese che non sono state in grado di reggere nel tempo lo tsunami economico.

 E’ maturato così il convincimento della necessità di spostare la produzione in nazioni in cui il  compenso da elargire ai lavoratori è stato tenuto sotto controllo. In tal modo le piccole imprese hanno ottenuto un maggior profitto, talvolta appena fuori dai  confini dell’Italia.  Nella scelta dell’area in cui delocalizzare le proprie attività si è tenuto in estrema considerazione il minor livello di tassazione imposta.

Prodotti in movimento fra una grande varietà di nazioni hanno reso meno evidente questa modificazione dell’andamento economico nel nostro Paese ed  ovattato la consapevolezza che spesso con le merci giungevano anche lavoratori, modificando gli equilibri  socioeconomici del paese d’arrivo, di quello di partenza e di tutta l’Unione Europea.

La progressiva abolizione delle barriere commerciali avrebbe dovuto aver luogo in parallelo con la  integrazione, modificazione ed armonizzazione di regole, almeno all’interno dei paesi che costituiscono l’Unione europea,  in modo  da rendere non troppo conveniente lasciare il proprio paese per recarsi in uno degli stati caratterizzati appunto dagli elementi che permettono minore esborso di tasse e minor costo del lavoro. L’imprenditore in difficoltà, soggetto nel nostro ed in altri paesi dell’Unione europea  a standard normativi molto alti sia per garantire i diritti dei lavoratori sia per tutelare l’ambiente, in assenza di un progetto strutturato ha potuto in tal modo conseguire comunque un arricchimento mentre per chi è rimasto privo di reddito si è avuto  un inevitabile serio  indebolimento personale insieme alla condizione generale del Paese. 

E’ evidente che, per affrontare la soluzione dei problemi insiti in realtà ormai stabilizzate, occorre cambiare il modo di concepire le proposte e che non si tratta più di legiferare con uno sguardo solo all’interno del paese.

L’Unione Europea proprio,  in virtù della sua denominazione,  ha il dovere di esaminare i problemi comuni con l’intento di trovare una sintesi il più possibile rapida che tenda a tenere presenti gli interessi di tutti e a ridurre le conseguenze del disinteresse verso gli eventi  inquietanti che si sono verificati.

Come si è già concepito di voler rendere partecipi gli altri paesi dell’Unione del fatto che i nostri confini sono una parte dei confini dell’UE e che quindi si deve collaborare tutti insieme ancora di più alla soluzione del problema degli arrivi dal mare, così’ occorre che gli stati dell’UE si assumano la responsabilità di  riconsiderare e riordinare la normativa già esistente ma evidentemente non sufficiente né del tutto adatta ai rapidi e profondi mutamenti in  corso.

*Rubrica: Società in movimento di Vittoria Di Fabio.

 

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