IL DAP DECIDE: RIINA IN ISOLAMENTO PER SEI MESI

Il boss corleonese a Lorusso: Provenzano “carabiniere” manovrato da qualcuno
di Miriam Cuccu.

Troncata l’ora di socialità di Totò Riina, che il boss trascorreva fino ad alcuni mesi fa con Angelo Lorusso, esponente della Sacra corona unita. È quanto contenuto nel parere del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) completato nei giorni scorsi, in merito ad un inasprimento del regime carcerario di Riina (annunciato da L’Espresso) previsto dall’articolo 14 bis. Per sei mesi, dunque, il Capo dei capi che dal carcere di Opera di Milano ordinava di far fare “la fine del tonno” a Nino Di Matteo, pm di punta della trattativa, estendendo le minacce anche agli altri magistrati che si occupano del processo, non potrà più usufruire dell’unica ora d’aria prevista dal carcere duro.

In compagnia di Lorusso, come riportato dalle conversazioni intercettate tra settembre e novembre dell’anno scorso (successivamente il detenuto pugliese è stato trasferito al carcere di Rebibbia su ordine della Procura di Palermo, che ha interrotto le intercettazioni in carcere, ndr) è stato il depositario delle invettive di Riina contro i magistrati, oltre a diverse edite esternazioni. Dall’omicidio del generale Dalla Chiesa (“Gli ho detto: ‘qua il culo glielo facciamo a cappello di prete’. Un generale di ferro dice che era”) a quello del giudice Falcone a Capaci (“Meno male che lui si è voluto mettere là al posto dell’autista, se no si salvava, disgraziato”) ai guai giudiziari di Silvio Berlusconi (“Se lo merita, se lo merita, gli direi io, ‘ma perché ti sei andato a prendere lo stalliere? Perché te lo sei messo dentro?’” parlando presumibilmente di Mangano). Totò ‘u curtu non risparmia neanche l’ultimo superlatitante di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro, e in riferimento al suo business sull’energia eolica commenta: “Questo fa i pali della luce… ci farebbe più figura se se la mettesse in c… la luce”. Lo scorso aprile la Dia di Palermo aveva sequestrato l’impero patrimoniale di Vito Nicastri, prestanome del boss di Castelvetrano, per un valore di 1,3 miliardi di euro.
In un’intercettazione datata 19 agosto il capomafia parla di Bernardo Provenzano, sostenendo come fosse manovrato da soggetti esterni: “Questo Binnu Provenzano chi è che gli dice di non fare niente? Qualcuno ci deve essere che glielo dice. La cosa… quindi tu collabori con questa gente… A fare il carabiniere pure… e non dici… a rispondergli giusto, regolarmente, e dirgli: perchè devo fare questo? Qual è il motivo”. Secondo il boss corleonese zu’ Binnu l’avrebbe sostituito al vertice di Cosa nostra subito dopo il suo arresto, il 15 gennaio 1993: “Ai tempi miei, di Totò Riina… ‘u zu’ Totò Riina… solo… trattava cose e persone importanti. Però… è inutile questo trio… di uomini… non ce n’è che a trovare le idee di un cristianu… che si mettono a disposizione per fare i carabinieri”. “Quello – continua Riina – è un bambino che adesso si è ammalato… però Binnu… non capisco… come lo hanno fottuto… disgraziati… Lui i piccioli – i soldi, ndr – ce li ha. Tanto è vero che la moglie ce li ha conservati…ce li ha messi a gazzane – messi in blocchi, ndr –“, “però io ce l’avevo detto… Binnu… usciamone… e lui mi ha detto: per ora sono messo, che so…ci sono cristiani… che ti ha detto? Perfetto! eh… Binnu… meschino, mi è dispiaciuto, era una persona, un grande uomo ed un signore… era serio…”.
Sempre il 19 agosto ‘u curtu parla con Lorusso del fallito attentato a Falcone, che sarebbe dovuto scattare all’Addaura il 21 giugno 1989, e dell’intuizione del giudice quando parlò di “menti raffinatissime” coinvolte nell’episodio: “Perché anche per il fatto dell’Addaura, l’Addaura… L’Addaura… quando gli hanno messo la bomba… Poi a lui… Tre anni prima, quattro anni prima, figlio di puttana, lui ha detto… Saranno gente perfetta, gente che… Se lo è immaginato che poteva essere gente… Politici…”. Un mese dopo l’Addaura, nel corso di un’intervista rilasciata al giornalista dell’Unità Saverio Lodato, Falcone parlava infatti dell’esistenza di “punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi, ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”. In merito al fallito attentato – le cui indagini fanno capo alla procura di Caltanissetta – era emersa l’ipotesi della presenza dei servizi segreti, oltre al coinvolgimento degli agenti Nino Agostino ed Emanuele Piazza, entrambi cacciatori di latitanti, uomini che per la loro tenacia e integrità morale erano particolarmente malvisti da Cosa nostra. Nemmeno due mesi dopo da quel 21 giugno 1989 Agostino venne ucciso insieme alla moglie Ida Castelluccio. Falcone, che presenziò ai funerali, disse: “Questo ragazzo mi ha salvato la vita”. Non trascorse molto tempo prima che l’agente Piazza, che tentava di fare chiarezza sulla morte di Agostino, fosse sequestrato e poi ucciso il 16 marzo 1990: entrambe le indagini furono clamorosamente depistate e ad oggi la presenza dei due agenti all’Addaura resta uno dei molti buchi neri sui quali è doveroso fare luce.

ARTICOLI CORRELATI

Riina racconta Cosa nostra. Dall’omicidio dalla Chiesa all’ex premier Berlusconi

Mafia: Riina parlava con Lorusso mentre Ninetta Bagarella incontrava la moglie del boss della Sacra corona unita

Riina “deluso” da Provenzano: “Sue le stragi del ’93”

Una strage per colpire Di Matteo? Riflettori puntati su Riina e Lorusso

Sicurezza al pm Di Matteo: lo Stato assegna l’elicottero

Attentato all’Addaura: la Scientifica contamina il Dna sulla muta da sub

Da Antimafiaduemila.com, 24 gennaio 2014

About altritalia