Il fallimentare culto della personalità degli autocrati del pallone.

di Giovanni Puglisi.

Nella prima guerra del Golfo un’immagine scolpita sul volto di una troupe di giornalisti italiani fu quella di alcuni soldati iracheni che si arresero a loro al grido di  “Italia? Baggio!!! Baggio! Italia!”. L’Italia del dopo ’90, era quella di Roberto Baggio, l’uomo simbolo delle notti magiche, di un paese che inseguiva un sogno, una speranza di riscatto, ma nell’era del Berlusconismo l’immagine prestigiosa del calcio italiano si è miseramente identificata negli autocrati di regime. Nell’epoca del culto della personalità, nel calcio come in politica, non ci sono più i Baggio e i Maradona, come nemmeno i Berlinguer o i Che Guevara, ma solo dei ducetti vanagloriosi con soldatini fedeli al seguito che non ammettono nuovi arrivi, né innovazioni, né fantasia e ogni ambizione  artistica.

Il carosello di giornali italiani ed esteri, nel frattempo, sta ultimando fino a completa saturazione la dinamica della disfatta sudafricana degli azzurri. Intere pagine, zeppe di analisi, pagelle, giudizi da bar sport, improperi, insulti dirigono verso una squadra e un allenatore che si sono cosparsi il capo di cenere e driblando furbescamente qualche domanda (rara) specifica e poco gradita.

L’autoaccusa di Lippi in conferenza stampa, è stata doverosa per salvare la dignità dell’ovvio. E’ stata, però, un monologo, una canzone con un ritornello ripetuto fino allo sfinimento, un tormentone. L’uomo non è nuovo, ama sempre ripetersi e adesso china il capo agli stessi giornalisti che azzannava alla vigilia della sua avventura sudafricana. Tutto questo però era stato previsto. Ma Lippi non è Mourinho. Il suo ritorno alla guida della panchina azzurra era stato concepito per rievocare quell’onda emotiva della notte berlinese, ma quel stringiamoci a corte questa volta non ha funzionato. Il castello che gli hanno ricostruito attorno questa volta era di cartapesta.

I riflettori che, tuttavia, si era fatto puntare addosso non avevano ammesso critiche o dubbi sulla sua formazione. D’altronde aveva vinto il mondiale e aveva avuto carta bianca su tutto, perfino la patente di indecenza di insultare tutto e tutti. Era stato lasciato libero di non convocare giocatori che avrebbero dato un salto di qualità a una squadra di vecchi miliardari bolliti. Era stato lasciato libero di rispedire a casa Borriello, giudicato non all’altezza e dire sfacciatamente che altra formazione non era stata in fondo possibile nel panorama calcistico italiano.

I vertici della Federazione, però, sanno già che non potranno salire su nessun carro (lo dichiara lo stesso Lippi in conferenza stampa e il riferimento è chiaro), quindi, lo fanno fuori un mese prima dell’inizio del mondiale (con un Prandellli spaesato fatto fuori a sua volta dai Della Valle) in modo poco elegante e con lo stile che contraddistingue Abete. Ma il caudillo non si perde d’animo, è il suo modo di concepire quest’impresa come una missione salvifica priva di ogni regola. Perché è lui la regola. E’ un sergente a cui hanno fatto credere di essere un generale, ma che goffamente ha mal celato la smania di fare il bis con la sua armata Brancaleone, ma ai primi ostacoli manda allo sbaraglio ragazzini terrorizzati e senza esperienza. Lo scricchiolio è evidente. Di fronte allo scetticismo di molti, ci toccherà assistere fino alla fine alla tracotanza di un uomo chiuso nella sua ostinazione di portare alla disfatta, consapevole, una selezione poco o nulla selezionata.

E così, “gli azzurri sono lo specchio del paese” titolavano i giornali. Un paese che da tempo non è più di santi, di eroi, di poeti e di navigatori, è già stato compendiato nel suo nuovo salvatore, Prandelli, beatificato prima ancora di firmare il contratto, eletto eroe, che sarà in grado di far spiccare il nuovo volo azzurro, battezzato poeta per il suo stile e pacatezza d’animo, attento ai vivai, più umano che militaresco e che spiegherà le vele (e non traghettare come il dilapidato ignominiosamente una persona per bene come Donadoni) verso le nuove sponde polacche ed ucraine.

E mentre in Francia, intanto, saltano le teste d’uovo, in Italia la congrega della Federazione si riproduce per partenogenesi, rimasta inchiodata alla sua poltrona autoassoltasi per non aver disturbato il manovratore, quel grande antipatico che sarà ricordato per molto tempo per la sua sofferenza di non essere stato mai gradito alla stampa. Anche se della stampa si è sempre servito per screditare giocatori a lui non graditi. Sarà ricordato da giocatori brillanti per i suoi metodi militareschi, per avergli impedito invenzioni in allenamento. Perfino un maniaco della loro dieta, tanto da scavalcare i medici. Tanto farli sempre passare in secondo piano di fronte alla stampa. Beccato persino dalla sua, breve, tifoseria nerazzurra di allora, per aver “creato cause negative nello spogliatoio” e che avrebbe voluto “mettere al muro e prendere a calci nel culo” i “suoi” giocatori nerazzurri dopo una sconfitta contro la Reggina”.

La parabola discendente è di questi caudillo come Lippi, Domenech, Capello, che segna il tramonto dell’immagine come illusione, come la bolla che adesso finalmente  è scoppiata.

E così gli esclusi, le nuove leve, i nuovi e vecchi talenti, osannati dalle tifoserie ma umiliati, vituperati e messi da parte dei cultori del gè pens mi, ci appaiono come Gli innocenti fucilati del Goya. Ma chi saranno gli innocenti? “Nosotros. Noi saremo i fucilati. E risponderemo per tutti. Noi, gli innocenti protagonisti” (Roberto Baggio).


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