IL TRENO

di Sabrina Greco.

Rosa Pasculli. In treno.In un contesto freddo come aria invernale dopo la pioggia incessante, in cui la gente rimasta a pensare si muove osservando, e nel riconoscimento è porta l’accortezza che si deve alla bellezza gelosamente conservata o sopravvissuta, prendere un autobus, un treno, un aereo, una nave, un tram, una metropolitana, significa avere l’opportunità di capire e di immergersi nella vera umanità, quella che urla e reclama.

Spostarsi per far spazio, lasciar passare, poi sfiorarsi con fuggente sorriso a capo basso, sorprendersi nella gentilezza di un saluto non dovuto, guardare il cielo nello stesso momento, aver deciso di partire avendo una destinazione, o semplicemente il trovarsi accanto in stazioni e fermate: è in questo che ci si sente veramente ancora vivi, facenti parte di un tutto, si comprende in maniera lampante che la voce è unica.
Ed allora tutto ha voce, i sacchetti degli acquisti, le mani che li stringono, le labbra che si muovono, la povertà dei colori che sbattono tra loro in un’armonia di logica, i profumi costosi, il tono al telefono, l’apertura a una visione del mondo in certe mosse considerative.
Ho sempre amato il treno.
Nel treno il tempo è misurato dal movimento nello spazio. Mi affascina l’idea di essere accanto a sconosciuti, dove si può pensare all’uomo non sapendo altro; veder nascere una conversazione, la maniera in cui ci si vede senza guardare, le cose e l’atteggiarsi, ipotesi di vita, parole dette o silenzi, immaginazione.
Per alcuni aspetti la rete mi dà spesso questo tipo di emozioni.
Scrissi righe sul treno, dicendomi che sì, avevo in qualche modo reso poesia di quel che provo ogni volta che salendo mi perdo in pensieri e sensazioni, vivendo il viaggio con la consapevolezza di occasione irripetibile; trovare ancora o la perdita, e, soprattutto, come accadimento in principio, quando s’apre il dialogo musicale tra due esseri.

 IL TRENO

La parvenza della perdita come un dolore. L’amore felice che consuma, percepito in un odore, intravisto in un lembo di pelle, nel tratto di una movenza, nella brevità infinita e sconfinante di una parola, di un battito, sentito profondamente nella lacerazione improvvisa e definitiva, soavizzante, che nell’anima risulta evaporativa.
Nel momento di sosta necessaria, in un luogo-non luogo, uno sfioramento rapidissimo dell’attraversamento comune di uno stesso tempo, come se si verificasse il prodigio dell’unisono, una contemporaneità di sovrapposizione, il sincronismo del sentire, la coincidenza del vibrare nella stessa aria, la produzione sonora della stessa sostanza.
Il superamento della vera solitudine che si rivolge allo sconosciuto, a chi normalmente incontriamo e guardiamo senza vedere, chi immaginiamo sempre in un ruolo, in una quotidianità che abbassa e mai eleva.
Come se per la prima volta ci sentissimo pronti a ricevere la condizione snudante.
In verità viviamo la vita, il tempo, a tempi e ritmi diversi.
L’emozione, a vari gradi di profondità, sconvolge la forma di stasi dell’anima di due persone aventi simile sensibilità in momenti differenti. Come due strumenti che iniziano a suonare qualche attimo prima o qualche attimo dopo. L’armonia, l’accordo di movimento, è ciò che si percepisce quando ci si avverte in una comunione.
L’istante che unisce nel vibrare ad un suono, il
trèmolo, è il principio dell’accorgersi di una presenza, l’inizio del tacito dialogo umano, domanda e risposta. E la difficoltà del dire, del parlare.

Questo sfiorarsi, questa asincronia armonica, l’appena percepito che poi comincia immediatamente accanto, nell’altro, lo sfasamento in cui si cerca l’intersezione, il centro, e in quel che si cerca ci si confonde, ci si incontra, se stessi, poi l’altro, e insieme, combaciando, e l’immediato imprimersi e persistere della melodia perfetta nella memoria. Ci si perde poi, ci si ritrova per perdersi nuovamente e del tutto, e forse cercare per sempre; questo accade e non accade, sembra e non sembra, è ed è successo, è quindi possibile.

 Rubrica: Sulla strada.

 

About altritalia