Il passamontagna

Giuseppe Tramontana.

Il passamontagna – Il caso kazako domina. Io, francamente, non vorrei parlarne, ma, a volte, per attivazioni connessioni sinoptiche, faccio delle associazioni da brivido. Mi è venuto in mente un racconto dell’ineguagliabile Leonardo Sciascia. No, l’Affaire Moro, ma L’uomo dal passamontagna,  un racconto, appunto contenuto nella raccolta Cronachette. Di che si tratta? E’ presto detto. Siamo nel giugno del 1977, in Cile. Come si sa, in questo  paese sudamericano da quasi sei anni c’è la dittatura militare di Pinochet,una delle più feroci dell’America Latina e del mondo contemporaneo. Si presenta, al Vicariato della solidarietà di Santiago del Cile, un giovane che vuole fare una confessione. Il Vicariato è stato istituito presso l’arcivescovado per aiutare le vittime delle repressioni militari. Lì per lì, temendo una provocazione, non viene ricevuto. E così una seconda volta. Ma, alla terza,  evidentemente fidandosi della sua buona fede, accettano di registrarne la ‘deposizione’. Ne viene fuori un racconto incredibile. E,soprattutto, dice Sciascia “ebbe così identità (…) la più spaventosa figura dei giorni del colpo di stato e della repressione: quella che sembrava evocata dai tempi dell’Inquisizione: atroce allucinazione, atroce simbolo. L’uomo dal volto nascosto, l’uomo dal passamontagna.” L’uomo che, nascondendosi il volto dietro uno di questi  passamontagna, senza dire una parola, passando davanti  ai prigionieri ammassati nello stadio nazionale di Santiago, subito dopo il golpe dell’11 settembre,  indicava con un gesto quelli da mandare alla tortura e alla morte. Lo scrittore siciliano riporta la dichiarazione di uno scampato: “Il sinistro personaggio, scortato dai militari, passava in rivista le migliaia di prigionieri. Malgrado la sua statura insignificante, i suoi abiti nuovi e goffi e il suo passo incerto, l’uomo dal passamontagna s’imponeva a tutti come una fantomatica presenza e faceva calare sulle gradinate un silenzio pieno di paura… Noi lo guardavamo ansiosamente… Alcuni voltavano la testa per non essere identificati o cercavano di scivolare verso i gabinetti. Ognuno di noi poteva trovarsi davanti l’indice di quell’uomo dal passamontagna: in una tensione che arrivava al parossismo trovava espressione il dramma di un popolo prigioniero di fronte alla tortura e al tradimento. (…) Egli camminava lentamente e lentamente sceglieva le vittime.” Sciascia ci informa, nel prosieguo del racconto, del nome  di quest’uomo, tale Juan René Munoz Alarcon, all’epoca trentaduenne, ex militante del Partito socialista, dal quale era stato cacciato quattro o cinque mesi prima perché “non er(a) d’accordo con certe cose”. Da quale momento – così raccontò – era stato perseguitato dai suoi ex compagni, aveva subito l’incendio della casa (ma è dubbio che tale evento sia da attribuire alle persecuzioni dei socialisti), era stato, insomma, isolato. Certo che subisca tutte queste vessazioni solo per il fatto che “non era d’accordo su certe cose” è alquanto improbabile. E’ più verosimile che fosse un informatore della destra e della polizia già da prima e che, una volta scoperto, sia stato messo alla porta in malo modo. In ogni caso – e questo interessa notevolmente, a mio avviso – trovò rifugio presso “uomini di destra”, che “mi nascosero e mi nutrirono”(parole sue). E , per sdebitarsi, indossò il passamontagna e fece quel che fece allo stadio nazionale. Cosa c’entra questa storia con il caso kazako? Poco forse, se non altro perché qui, il complice non è un disgraziato qualunque, ma, addirittura, un (presunto) ministro della Repubblica. Inoltre, non nasconde il volto. Almeno, non  sotto un passamontagna. Qualcosa collima, tuttavia. Come la questione dello sdebitarsi. Si fa strame  dei diritti di innocenti (ma chi se ne frega: mica sono tuoi famigliari!) e si condannano anche a torture e vessazioni ( e senza neanche un gesto, basta far finta di  non vedere e/o sapere) per riconoscenza verso chi ti ha sistemato e ti protegge, facendoti persino apparire protagonista dei tuoi stessi pensieri, ed al quale non puoi dire di no. Costi quel che costi. Agli altri…

 

(S)fiducia – Giustamente  M5S e giuristi, giornalisti (pochi) e indignados vari, hanno fatto notare che Lumacone Alf è, in ogni caso colpevole: perché, se sapeva, è complice; sen on sapeva, è inetto(non è stata prevista la terza opzione: un complice che si nasconde dietro l’oggettiva inettitudine). Questa si chiama responsabilità oggettiva. In nome di ciò, la Juve fu ‘dimessa’ dalla A e spedita in B. E, con tutta l’acrimonia sportiva che nutro verso i bianconeri, non credo che lui sia meglio dei cari nemici torinesi. Il discorso dei detrattori – come suol dirsi – fila, anzi filerebbe. Filerebbe, se Lumacone Alf  fosse al governo per fare davvero un ministro dell’interno. Ma si da’ il caso che lui stia lì perché glielo ha detto il suo Capo, che lui stia lì per controllare da vicino che non si approvino cose contrarie al suo Capo e che, ove le cose non piacciano il suo Capo (tipo qualche sentenza di condanna), lui alzi il polverone, attacchi la magistratura, promuova manifestazioni davanti ai tribunali.  Queste sono le cose serie. Il resto è “senso di responsabilità.”

 

 

Sostituzioni – Leggo che, se va via Lumacone Alf, Lupi potrebbe prendere il suo posto e la Gelmini (la Gelmini!!!) andare ai trasporti. Forte, vero? D’altra parte, lei è un’esperta di tunnel.

 

Linea – La linea l’ha svelata Pippo Civati: “chi vota la sfiducia ad Alfano, è fuori del PD!” Dal PDL!, direte voi. No, proprio dal PD: scritto nero su bianco. In questa frase c’è tutto. Tutto ciò che intendono con il termine “responsabilità” e tutto ciò che nasconde questa stessa parola in termini di opportunismo e  pelo sullo stomaco.

 

Misure – Calderoli non si è dimesso. Lumacone Alf non si è dimesso. La Bonino non si è dimessa. Non idem la Idem.

 

Insaputa – Tutto cominciò da Berlusconi che dichiarò di non aver saputo che Mangano fosse un capomafia e l’aveva assunto come stalliere. Da lì, una cascata di “a mia insaputa”. Berlusconi stesso nei vari processi, da Mediaset a Mills, Scajola e la famosa casa romana,  Renzo Bossi, Rosy Mauro, Belsito, Formigoni e le vacanze di Daccò, la Gelmini e i tagli (ricordate a “Ballarò” il famoso: “non ci sono tagli alla scuola, altrimenti Tremonti me l’avrebbe detto!”), il Parlamento e Ruby nipote di Mubarak (nipote a sua insaputa), la Idem e la palestra,  Lumacone Alf e le kazake, Letta che appoggia Alf. Insomma, siamo tutti fatti a sua immagine ed insaputa.

 

 

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