Non tutto è perduto

di Noemi Lusi.

Lontana è la primavera dalle strade affollate di una capitale indaffarata, presa da quella voglia di fare che è necessaria per sbarcare un lunario sempre più difficile da fronteggiare. Il vento soffia freddo e sembra quasi che il sole non debba mai tornare a splendere sulle complesse situazioni che appaiono personali, ma appartengono ad una collettività sempre più preoccupata.

Anche nei casi più fortunati, si cammina pensando non a ideali di libertà o a speranze di un radioso futuro, ma cercando di far quadrare conti che spesso proprio non possono tornare. Si incastrano cifre, si compongono puzzle che vedono entrate ed uscite corrispondere soltanto perché si prova e spesso disperatamente si riesce a far collimare importi e date, assemblando pranzi e cene disponendo di comprare là dove si sa che lo sconto è maggiore, impiegando il tempo non ad ammirare il paesaggio romano, set naturale di bellezze artistiche, museo all’aria aperta fruibile da chiunque voglia restarne affascinato, ma passeggiando fra supermercati alla ricerca della promozione di turno.

Diversa la situazione di chi è costretto a spostarsi in macchina. Si continua ad elucubrare, fra un giornale radio e l’altro, ascoltando agghiaccianti fatti di cronaca resi meno terrificanti soltanto dall’assurdità di taluni pubblici commenti spesso ad essi connessi, frenando in modo talvolta pericoloso soltanto per potersi accertare di che cosa riporti la scritta, non sempre grande e visibile, del cartello che indica il prezzo della benzina in prossimità dei distributori, ricordando con nostalgia non un’infanzia trascorsa o un amore passato, ma la campagna pubblicitaria che prevedeva un prezzo del carburante concorrenziale durante il weekend, sognando, quindi, quella fila che ci si sentiva intelligenti nel fare perché permetteva di risparmiare durante la settimana.

Questi i problemi di chi sta bene, di chi a fine mese guadagna uno stipendio medio, di chi ancora può permettersi il lusso di potere, attraverso la preoccupazione ed un vero e proprio lavoro di cesello, equilibrare la propria situazione, facendo corrispondere il budget con tutto ciò cui deve far fronte.

Molto  diversa è la situazione di chi invece è tanto giovane da sentirsi sempre inadeguato, di colui che presentando il proprio curriculum si sente dire che non va bene perché non ha sufficiente esperienza e non può essere assunto proprio perché non ne ha.

Più complessa ancora è quella del ragazzo cui è stato rinnovato un contratto a tempo determinato e che sa già che proprio a causa di questa anelata conferma in servizio sarà presto di nuovo disoccupato.

Grave e pesante la condizione di chi, ormai adulto, sente parlare del problema dei giovani e non può non essere consapevole del fatto che se il nostro paese rende difficile lavorare a vent’anni, toglie ogni speranza a chi, ancora nel pieno delle forze, viene considerato da non incentivare, per età.

Rari i sorrisi spontaneamente elargiti nelle strade di una capitale che pure di mancanza di entusiasmo e voglia di fare non ha mai peccato. Eppure si cammina e si procede con rassegnata, affannosa sopportazione, sperando sempre che il domani riservi una sorpresa che, dentro di noi, sappiamo sarà difficile che arrivi.

E’ in questo clima che, a volume altissimo, automobili consumano l’asfalto urbano con potenti megafoni che strillano nomi di persone che dovrebbero costituire la soluzione, fare la differenza o fornire un’alternativa. E’ in questa atmosfera che grandi cartelloni, tutti a colori, primeggianti nel loro interrompere la linea del paesaggio locale, del centro o della periferia urbani, vedono personaggi, noti e meno conosciuti, legare la propria immagine ai concetti più disparati, da quello di ‘trasparenza’ a quello di ‘amore’, promettendo ad alta voce, in cambio del consenso, rispetto della cittadinanza ed onore al merito.

Montagne di carta inneggiante a questo o quel candidato soffocano le cassette delle lettere degli onesti cittadini che sarebbero ben felici di potersi orientare in modo certo verso una persona di propria fiducia, eletta proprio da loro e convincente per storia pregressa.

Un caos di fogli e dati che permette, dunque,  al collega di tanti anni fa di mandarci email, non in maniera diretta, ma attraverso la conoscente di turno che possiede il nostro indirizzo, facendo presente che il proprio figliolo si candida e che senz’altro possiamo fidarci della sua integrità morale. In un mare di contrastanti e non sempre attendibili informazioni, occupati come siamo a darci da fare per raggiungere l’impossibile e colmare l’incolmabile, spesso la notizia dal sapore un po’ casalingo fa breccia nell’animo di chi proprio vorrebbe credere in qualcuno.

E’ mezzanotte e venti di sabato 25 maggio 2013 e mentre scrivo e spero in cuor mio di essere riuscita a trasferire con efficacia quanto si sta vivendo giorno dopo giorno nella capitale, è un sms ad interrompere per un secondo la mia concentrazione. E’ di uno sconosciuto, o meglio di qualcuno che sicuramente non conosco personalmente, ma deve aver avuto, chissà come, il mio numero di telefono da ‘altri’ che mi ritengono ‘fidata’ e politicamente dalla loro parte.

Si rivolge a me con tono confidenziale, chiedendomi sostegno, ricordandomi che il 26 e 27 maggio sono vicini e dicendomi che cosa esattamente devo fare.

Per fortuna mi ringrazia in modo convincente. Allora l’impressione che si ha, che garbo, tatto, decoro, rispetto, misura, eleganza, galanteria, stile e sostanza vadano scomparendo è errata. Dunque non è tutto negativo come sembra.  Forse possiamo sperare.

Confidiamo nel poi…

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