Matteo Renzi rischia tutto: ecco la strategia del premier

di Marco Damilano.

Spacca il Pd. E Forza Italia. Su legge elettorale e Quirinale. Perché vuole costruire le alleanze del futuro. Con Silvio Berlusconi .

Tutto in sette giorni. Un anno fa, di questi tempi, in un pugno di giorni Matteo Renzi decise che era venuto il momento di scaricare Enrico Letta e di sostituirlo a Palazzo Chigi. Un’operazione a lungo meditata, ma improvvisamente accelerata perché c’era l’opportunità e bisognava coglierla. Un anno dopo per il premier fiorentino è arrivato il momento di completare la svolta politica di un anno fa. Con l’approvazione della nuova legge elettorale al Senato che lascia immaginare, quando si tornerà a votare con l’Italicum solo per la Camera dei deputati (con un Senato regionale), la figura del sindaco d’Italia finora mai sperimentata nel nostro paese e nel resto d’Europa. E con l’elezione, la settimana prossima, del successore di Giorgio Napolitano, il nuovo presidente della Repubblica che nei piani di Renzi sarà chiamato a fare da garante della trasformazione delle istituzioni. Se l’uno-due Italicum-Quirinale va a buon fine, Renzi avrà mano libera per ridisegnare l’intero sistema politico. Nuovi partiti. E forse, chissà, anche un nuovo governo. Un Renzi-bis, con un pezzo del Pd fuori dal partito. Sostituito dall’ala di Forza Italia fedele a Silvio Berlusconi. Il governo del Nazareno. Nominato dal nuovo Capo dello Stato. Ad agitare il fantasma, per la prima volta, è stato il capogruppo di Forza Italia al Senato Paolo Romani: «Renzi ha detto a Berlusconi di non avere più la maggioranza a Palazzo Madama, siamo stati chiamati a sostituire i senatori del Pd che non votano la legge elettorale». Più esplicito in privato: «Per far approvare l’Italicum è stato necessario l’intervento dei caschi azzurri di Arcore».

Era la sera di martedì 20 gennaio, al Palazzo Madama nei due partiti storici dell’ultimo ventennio, il Pd e Forza Italia, si stava completando la conta dei morti e dei feriti. Amicizie pluridecennali che si infrangono, come quella in Forza Italia tra Berlusconi e Raffaele Fitto, capo dei dissidenti interni: «Silvio, votare come ci ha chiesto di fare Renzi è un suicidio».
Fratture profonde come quella che contrappone i senatori bersaniani Miguel Gotor e Doris Lo Moro al collega torinese Stefano Esposito, ieri esponente della Ditta post-comunista e ora autore dell’emendamento che ha fatto da sigillo all’Italicum e al patto tra Renzi e Berlusconi. Tra grida, sospetti, accuse: «pirateria istituzionale», punta il dito Gotor.

 Una doppia spaccatura, nel Pd e in Forza Italia, alla vigilia della votazione più delicata, sul presidente della Repubblica che si svolgerà a partire da giovedì 29 gennaio a voto segreto, dopo fiumi di parole sul dialogo e sulle scelte condivise. Un atto di puro auto-lesionismo per Renzi aprire un doppio fronte di dissidenti a sette giorni dall’elezione presidenziale. A meno che non corrisponda a un progetto politico che va velocizzato.

Nelle ultime settimane il premier aveva mostrato un atteggiamento rispettoso con la minoranza interna del Pd, quella più vicina a Pier Luigi Bersani. Una tregua per preparare senza ulteriori traumi la partita del Quirinale. Nonostante le divisioni. La più grave, l’addio di Sergio Cofferati dopo le primarie in Liguria contestate dall’ex segretario della Cgil per i seggi irregolari con le file di immigrati stranieri e i voti comprati, ma ancor di più per la partecipazione e il voto alla luce del sole di numerosi esponenti del centro-destra ligure per la competitor di Cofferati e vincitrice delle primarie, l’assessore regionale Raffaella Paita. Un dissenso politico. Per Cofferati e per l’ala del Pd che lo sostiene in Liguria i voti che mancavano alla Paita per vincere le primarie sono arrivati da destra. Sono stati sostituiti, per usare il termine di Romani a Palazzo Madama.

La Liguria anticipo oggi del Senato e domani del voto del Quirinale? Di certo è l’indizio di un rimescolamento di carte profondo nel cuore del sistema politico. Il primo fronte in ebollizione è quello alla sinistra del Pd. Il nuovo modello da seguire è alle porte di casa, sulla sponda mediterranea. il partito di Alexis Tsipras Syriza, in corsa per vincere le elezioni in Grecia di domenica 25 gennaio.

Sarebbe la prima volta in Europa di una formazione nata tra le rovine della grande crisi economica degli ultimi anni e fuori dalla tradizionale famiglia del socialismo europeo. Nel fine settimana si riunisce a Milano la conferenza programmatica di Sel Human Factor, già ribattezzata la Leopolda della sinistra. Non c’è solo Nichi Vendola ormai in scadenza di mandato da presidente della Puglia a tifare per Tsipras. Nel Pd arriva l’appoggio di Stefano Fassina e di qualche insospettabile di sinistrismo come l’ex ministro Barbara Pollastrini e perfino di Massimo D’Alema che ha dedicato gli ultimi quindici anni a entrare nel gotha dei dirigenti del partito socialista europeo che Syriza si propone di superare. Ma il numero degli aspiranti Tsipras italiani è più ampio. C’è Cofferati, c’è il leader della Fiom Maurizio Landini, c’è Pippo Civati sempre più tentato di abbandonare il Pd, il più vicino per età e cultura al leader greco e al suo omologo spagnolo, Pablo Iglesias di Podemos.

Le elezioni regionali, in Liguria e forse in qualche altra regione, sono l’occasione per mettere alla prova quel «qualcosa di nuovo a sinistra» che Renzi si aspettava potesse nascere già qualche mese fa, quando è arrivata in Parlamento la riforma del mercato del lavoro, il Jobs Act.

Il secondo fronte è il ridisegno del nuovo Pd. Non più chiuso nel bacino elettorale della sinistra ma aperto e accogliente nei confronti dell’elettorato moderato in arrivo dal centro-destra. Il 40,8 per cento delle elezioni europee ha dato l’illusione di aver realizzato velocemente il progetto renziano, ma nei mesi successivi non è stato fatto nessun passo in avanti. Anzi, in Emilia e in Calabria il Pd ha vinto le elezioni regionali ma perdendo migliaia di voti in termini assoluti, destinati all’astensione. C’è un elettorato di sinistra che non si riconosce più in Renzi e che attende una nuova offerta politica e un elettorato moderato non più così attratto e affascinato dal giovane premier fiorentino. Diventa urgente dare un volto e un’organizzazione diversa al PdR, il Pd renziano, se si vuole evitare che il 40,8 per cento si trasformi in un’occasione perduta.

L’Italicum, con il premio di maggioranza alla lista che vince al primo o al secondo turno, è funzionale a un Pd allargato che copre tutta l’area di governo, con un competitore a destra, la Lega di Matteo Salvini, e uno a sinistra, la Syriza italiana, nessuno dei due in grado di insidiare il primato del Pd. Che fine farebbero, in questo scenario, gli alleati di governo come l’Ncd di Angelino Alfano? E, ancor più, Forza Italia di Berlusconi? Votando l’ultima versione dell’Italicum l’uomo di Arcore rischia di vedersi portare via mezzo elettorato dalla Lega di Salvini. Una capitolazione, come sostiene Fitto. A meno che il disegno strategico di Berlusconi (e di Renzi) non sia un altro.

Il premier-segretario del Pd ha sempre giurato che il bipolarismo mai e poi mai sarà rimesso in discussione e che l’Italicum, nei suoi piani, dovrà servire a evitare in futuro che si ripetano governi di larghe intese. «Votiamo insieme a Berlusconi la legge elettorale per non essere mai più costretti a fare un governo con Forza Italia», è la linea ripetuta dal premier e diffusa dai suoi sottufficiali. Ma nel Pd non tutti si sentono rassicurati da queste intenzioni. E in molti pensano che, al contrario, la sostituzione dei rivoltosi della sinistra del partito con il soccorso azzurro dei berlusconiani sia l’anticipo di un futuro nuovo schieramento politico e di un nuovo governo.

«La legge elettorale faceva parte del programma di governo. Ma non c’è più l’iniziale maggioranza di governo, ce n’è un’altra. E forse un altro governo, se ci fosse il Capo dello Stato», spiega Giulio Tremonti Ieri potentissimo ministro dell’Economia nei governi Berlusconi, oggi battitore libero, il senatore vede già oltre. Oltre lo scontro al Senato sulla legge elettorale, oltre il passaggio-chiave della legislatura, l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Se il patto che regge l’attuale quadro politico, l’accordo tra Renzi e Berlusconi, dovesse reggere alla prova, la nuova maggioranza istituzionale, che ha riscritto la Costituzione, ha votato una nuova legge elettorale e un nuovo inquilino al Quirinale, potrebbe trasformarsi in una maggioranza politica. E poi governativa. Un Renzi-bis, fondato sempre di più sull’accordo con Berlusconi, forse sull’ingresso nella maggioranza o addirittura nel governo di Forza Italia, per arrivare a fine legislatura o almeno al 2016, in cui, se tutto va secondo la tabella di marcia, Renzi e Berlusconi chiederanno insieme agli italiani di dire di sì alla riforma della Costituzione che elimina il Senato elettivo. Una tentazione che diventerebbe irresistibile se una parte (piccola o consistente) del Pd dovesse uscire dal partito e passare all’opposizione con una nuova formazione di sinistra.

La verifica più immediata è già alle porte, l’elezione del successore di Napolitano. Berlusconi arriva all’appuntamento nelle condizioni di massima forza contrattuale: senza la sua sponda esterna Renzi finirebbe pesantemente condizionato dalla sinistra di Bersani. Il sostegno di Forza Italia ha un prezzo, però.

L’approvazione del decreto fiscale con la norma salva-Berlusconi – in Forza Italia raccontano che stia molto a cuore anche a Denis Verdini, lo sponsor più acceso del Patto del Nazareno tra i parlamentari azzurri – prevista per il 20 febbraio. E il diritto di veto sui nomi più sgraditi. Quello di Romano Prodi, per Berlusconi, non esiste, e per Renzi neppure. Sul giudice costituzionale Sergio Mattarella, ex esponente della sinistra democristiana, non c’è nessun entusiasmo a Palazzo Grazioli.

Restano, nella rosa berlusconiana, i petali di Giuliano Amato, Pier Ferdinando Casini e Anna Finocchiaro. Il primo nome è il preferito da Berlusconi, non ha mai dimenticato che fu il governo Craxi nel 1984 a riaccendere con un decreto le sue tv spente dai pretori, in quel ministero Amato era sottosegretario a Palazzo Chigi e mente giuridica, il dottor Sottile del craxismo. Ma la sua elezione sarebbe considerata una sconfitta per il rottamatore Renzi, costretto ad accettare un presidente dal profilo elitario e legato a stagioni antiche della storia repubblicana.

Un’eventuale scelta di Casini allargherebbe la spaccatura interna al Pd e rimetterebbe in gioco un esponente politico che era già in Parlamento quando Renzi andava alle scuole elementari. Per queste ragioni, a una settimana dall’inizio delle votazioni, sembra in crescita la candidatura di Anna Finocchiaro. L’effetto novità della prima donna al Quirinale compenserebbe la lunga militanza dell’attuale presidente della commissione Affari costituzionali del Senato in quella corrente di sinistra post-Pci che Renzi ha sempre affermato di voler archiviare. In Forza Italia la Finocchiaro può contare su un’agguerrita pattuglia di tifosi. E una sua designazione come candidata del Patto del Nazareno metterebbe in grave disagio la sinistra del Pd più vicina a Bersani: come si può negare il voto a una parlamentare che da quasi trent’anni rappresenta nelle istituzioni il partito nelle sue molteplici trasformazioni (Pci, Pds, Ds, Pd…)?

Imbarazzante anche per Renzi dover fare marcia indietro rispetto a quanto aveva dichiarato poco più di un anno fa rifendosi alla spesa all’Ikea accompagnata dalla scorta dell’ex ministro: «La Finocchiaro la ricordiamo per la splendida spesa all’Ikea con il carrello umano. Al Quirinale servono personaggi anti casta». «Attacco miserabile», aveva replicato la senatrice. Tutto superato. Aggiugeva in quell’intervista in tv Renzi di volersi candidare contro Berlusconi: «Alcuni lo vogliono mandare in galera, io vorrei spedirlo in pensione». E invece è stato costretto a chiedergli aiuto per vincere contro i nemici interni al Pd. E anche per i candidati «anticasta» al Quirinale la stagione di cambiare verso sembra davvero finita.

Da L’Espresso 23 gennaio 2015

About altritalia