Sfruttamento legalizzato e utopie giovanili

di Martina Gallato.

‘Io sono comunista perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo

esiste perché non c’è il comunismo’

(Nazim Hikmet)

Appoggio lo zaino, sono finalmente a casa. Ora potrò farmi una doccia con dell’acqua calda e sentirmi finalmente pulita. E riposata. È stata la mia prima esperienza lavorativa, ed è stata distruttiva. 13 ore di lavoro al giorno, ritmi serrati, attività pesanti e ripetitive. E non ho certo fatto il minatore! Eppure, la stanchezza si sente, eccome. Nessun tipo di gratificazione, nè da parte dei miei superiori, nè da parte di quei clienti che con tanto zelo mi sono impegnata a servire. ‘Servire’ è certamente il verbo più adatto, dal momento che è così che mi sono sentita, un’inserviente sottopagata. Ed è questo anche ciò che recitava il mio contratto: ‘inserviente di sala’. (Certo, ometteva il ‘sottopagato’). Forse sto solo esagerando perché nella mia totale inesperienza è facile giudicare e molto meno facile capire le ragione di un imprenditore che approva qualsiasi tipo di escamotage pur di guadagnare di più. Eppure, anche di fronte alle ipotetiche ragioni del famigerato capitalista, non sono riuscita a smettere di reputare questo meccanismo ingiusto e sbagliato. Di certo ho capito che esiste tanto sfruttamento al mondo, sfruttamento di cui ogni uomo è complice silenzioso, a cui ogni persona contribuisce in ogni momento della sua vita. Esistono infatti moltissimi lavoratori che rendono la nostra vita dalle tanti abitudini borghesi possibile. E intanto dietro a questa costruzione di agi, migliaia di persone sgobbano come forsennate dalla mattina alla sera, dall’alba al tramonto (o anche più tardi). È giusto? Io credo proprio di no. È giusto che una persona lavori per 13 ore al giorno quando in molti lottarono proprio perchè questo venisse impedito e perchè la soglia delle 8 ore fosse rispettata? Penso a Turati e alla sua proposta di legge finalmente approvata nel ’23, al sollievo dei tanti lavoratori che si vedevano riconosciuto un nuovo e tanto ambito diritto. Al sollievo di quelle centinaia, migliaia di contadini e operai che da anni si battevano per ottenere qualcosa di più, perchè, come diceva anche il grande Marx, i rapporti di forza uguali a se stessi da tanti anni venissero intaccati almeno per un po’, e aprissero la via a cambiamenti più ampi. Penso a questo, al biennio rosso, alla fatica di alzarsi la mattina sapendo di rischiare il posto di lavoro, alla paura di non riuscire a sopravvivere perchè quel lavoro se n’era già andato, con il primo no, con la prima opposizione al potere. Penso a tutto questo, e nella mia totale ignoranza mi chiedo se io non stia un po’ rovinando tutto il lavoro compiuto da questi ignoti del passato, che lottarono per rendere la mia vita migliore. Mi guardo ancora intorno. È giusto che lo stipendio sia differenziato in base alla nazione di appartenenza? Perchè qui, dove io lavoro oltre 12 ore al giorno è proprio così. Alcuni miei compagni di lavoro guadagnano meno di me, pur facendo le stesse identiche cose, e questo per il semplice fatto di non essere residenti in Italia. Mi chiedo come sia possibile. Ero assolutamente convinta del fatto che fosse illegale. Sicuramente anche per questo il potente capitalista avrà escogitato un trucchetto. Ma al di là di queste scorrettezze che, nella mia più totale ignoranza, reputo illegali, ciò che più è mancato nell’ambiente di lavoro che ho conosciuto è stato un po’ di rispetto. Rispetto per chi si sveglia alle 6 di mattina per permettere a dei ricchi clienti in vacanza di trovare le loro brioches calde sul tavolo, rispetto per chi si adopera perchè i loro letti e le loro camere siano ordinate e impeccabili. E sono consapevole del fatto che mentre scrivo queste cose molti di voi sapranno immaginare o ricordare, perchè vissuti sulla loro pelle, lavori molto più duri e molto meno ‘rispettati’. Tuttavia, l’ho già detto più volte, sono una giovane ragazza inesperta e quello che ho visto è bastato per farmi inorridire. Ho passato un anno scolastico a studiare teorie alternative al capitalismo, a studiare di personaggi che hanno passato la loro vita, talvolta perso la loro vita, proprio perchè queste condizioni di sfruttamento non potessero ripresentarsi mai più. Penso a Marx ed Engels ovviamente, ma anche a Bakunin. Ma soprattutto a Nenni, Terracini, Bordiga. Penso a quei contadini che hanno avuto il coraggio di occupare le terre in cui lavoravano, terre che erano lo strumento attraverso il quale venivano sfruttati. Penso alle lotte per la parità dei sessi e delle razze, ai sindacati e sindacalisti odierni. E mi chiedo come sia possibile che ancora esista gente che possa permettersi di sfruttare altra gente senza subire alcuna pena. E mi chiedo anche come sia possibile che io abbia accettato un contratto del genere. Perchè non mi sono opposta? Perchè non ho urlato con tutte le mie forze che era un’ingiustizia? Mi sono arrabbiata certo, ma la rabbia non basta se poi non diventa protesta costruttiva. E così, di ritorno da quest’esperienza, ho mille domande che mi girano in testa. Non capisco perchè il mondo del lavoro sia ancora così oscuro, così malvagio, così sfruttatore. Non ho la risposta a tutte queste domande, ma so che se io ho accettato di piegarmi ai voleri del capitalismo, in molti altri lo faranno. E ho paura che tutti gli sforzi del passato siano stati vani. Ho paura che sia la fame a vincere.

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