SONO GIUSEPPE E VI PARLO DI MIO PADRE (E DI UN PEZZO DI STORIA ITALIANA)

di Giuseppe tramontana.

Io sono Francese. Cioè io sono italiano, ma faccio Francese di cognome. Giuseppe Francese, per la precisione. Ho 36 anni. Oggi, secondo molti qui a Palermo, faccio parte di quella schiera di fortunati che hanno ottenuto un posto di lavoro nella pubblica amministrazione in qualità di orfani di vittime della mafia. Categoria fortunata, la chiamano. Sapete  perché? Perché noi non abbiamo fatto nessun concorso, non siamo stati assunti grazie ad una legge dello Stato. Lo stesso Stato  fatto… funzionare… diciamo… da gente notoriamente assunta con un concorso e non per raccomandazione di un don Peppino o di un Onorevole Scannapieco qualunque…. Alla Regione Siciliana, poi… tutti entrati con regolare concorso, sapete? Tutti, proprio tutti. Uno per uno. Ma fatemi il piacere! E quei pochi che un concorso l’hanno fatto davvero, non si sono rivolti a nessuno? Proprio a nessuno? Un amico, un parente, un amico di caccia, un testimone di nozze, un compagno di partito? Noi invece dobbiamo dire grazie solo ai nostri padri, morti da uomini in un mondo di quaquaraquà. E se gli altri sono invidiosi, fanno bene ad esserlo, perché pochi hanno avuto la fortuna di avere padri come il mio.

E sul lavoro cerco di essere serio. Professionalmente inappuntabile. Integerrimo, dice qualcuno. Rompicoglioni, dice qualcun altro. Mi sono occupato di Enti locali e di IPAB. Ho segnalato irregolarità, fatto rilievi, indicato cose che mi facevano sorgere perplessità  ma non è successo mai nulla. Tutto, sempre,  nel cestino. Tutto tempo perso.  Il mio, almeno. Dopo ogni mia segnalazione, puntualmente il dirigente mi chiama e mi dice: ‘per favore non sollevi problemi’. E non sollevo problemi un cazzo, dico io. Non ho mai ascoltato questi consigli. E com’è andata a finire? Gli altri sono stati premiati e a me calci in culo.

Ma non importa. Dalle mie parti si dice che chi nasce rotondo non può morire quadrato. Non solo. Si dice anche che chi da gallina nasce, in terra raspa… Si dice anche da voi? Bene, io sono nato da mio padre. E di lui vi voglio parlare. Di te voglio parlare, papà. 

Papà, avevo quegli occhioni scuri quando bruscamente sei andato via. Ho ancora gli stessi occhi e con loro continuo a percorrere le impervie strade della vita. Senza di te, ma con te. Perché mi hai lasciato quella indelebile impronta. E così, con te dentro me, continuo a vivere mentre m’incontro e mi scontro con la vita.

Onora il padre, dice un comandamento. Purtroppo, con il mio non ho avuto tanto tempo. Se n’è andato via presto. Me l’hanno portato via presto. Dopo, nel corso di questa mia vita ho cercato comunque di farlo. Di onorarlo. Così almeno credo.

Avevo dodici anni quando, la sera del 26 gennaio 1979, mio padre venne ucciso. Io ero a casa. Ve lo immaginate? Immaginate la scena? Voi siete a casa, avete dodici anni e mentre guardate la televisione sentite dei colpi di pistola. Sei, per la precisione. In rapida successione, come suol dirsi. Vengono da fuori. Mi prese subito uno strano terrore, una paura senza nome. Voi non ci crederete, ma sentii subito qui, nella bocca dell’anima,  che, in qualche modo, quei colpi erano diretti a me. Erano una cosa che mi riguardava. Da vicino. Da molto vicino. Poco dopo scoprii che quella sequenza di piombo aveva centrato il bersaglio. E che quel bersaglio era mio padre, Mario Francese, giornalista del  Giornale di Sicilia.

Quell’attimo, quel fatto ha sconvolto la mia vita. Quel rosario di colpi ha leso un qualche punto nevralgico della mia esistenza. Poi sono cresciuto. Che fatica. Sapete, è dura senza padre. E man mano che crescevo, lievitava dentro di me un immenso vuoto e una feroce, onnivora ansia di giustizia. La prima ragazza, il primo amore, la sconfitta nella partita di pallone, i voti a scuola, gli scazzi con gli amici o i professori. Non ho potuto raccontare niente di tutto questo a mio padre. Niente voce maschile che ti invita a mettere giù il telefono, niente tifo a bordo campo, niente andare a parlare coi professori… ché tanto, come dicono spesso tutti i genitori, di loro…. cioè di noi ragazzi…. loro, i genitori, non sanno mai una sega. Sono stato solo. Spesso isolato. In una città come la mia dove i parenti delle vittime spesso vengono evitati manco fossero appestati. Dove, passato il primo momento di cordoglio, subentra l’indifferenza se non, addirittura, l’astio: certo, è figlio di una vittima di mafia e con questo si è sistemato… nella pubblica amministrazione… senza concorso, ad esempio. Giusto, no? Voi cambiereste vostro padre con un impiego sicuro? No, non c’è bisogno di rispondere. La risposta la conosco già.

Ammetto che per un breve periodo la sete di verità si è trasformata in rassegnazione per una giustizia assai lenta. Ma la rassegnazione lentamente è diventata rabbia. E di castelli di rabbia, in questi anni, ne ho costruiti veramente tanti. Sono cresciuto con l’ansia da giustizia, possiamo dire.

 

Questa è la storia di mio padre. Ma è la storia del giornalismo. Di un giornalismo di frontiera dove chi scrive può morire per un sì o per un no. Dove il giornalista, quello che vuole fare davvero questo mestiere, con scrupolo, coscienza e onestà,  è nemico di tutti e  amico di nessuno. E’ guardato storto dai potenti e dai loro lecchini, è ostacolato da quelli che crede amici, è isolato dai colleghi di redazione, è cacciato via dai circoli perbene, dai salotti buoni, ma non trova conforto neanche tra la povera gente, tra quelli per i quali lotta, si impegna, si espone: per loro è solo uno che vuole fare carriera sulle loro disgrazie. E vai a fargli cambiare idea, se ci riesci. E’ uno, infine, che va bene solo dopo morto, quando si appropriano della sua memoria, delle sue battaglie, delle sue inchieste e lo glorificano. Ma quanto era bravo, ma quanto era buono, ma come denunciava bene, che coraggio aveva! Sempre dopo, però! Intanto è morto. Ammazzato, magari.

Voi lo sapete quanti giornalisti sono stati uccisi in Italia dal secondo dopoguerra a oggi? Non lo sapete? Ve lo dico io: 17. Walter Tobagi, Carlo Casalegno, Giancarlo Siani, Maria Grazia Cutuli, Ilaria Alpi, Enzo Baldoni e via discorrendo. E in Sicilia, quanti giornalisti sono stati uccisi? Contiamoli: Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Pippo Fava, Beppe Alfano, Mauro Rostagno, Peppino Impastato e mio padre, Mario Francese. Quanti sono? Otto. Tutti giornalisti, tutti morti. Morti ammazzati. Tutta gente che  scriveva. Scriveva soltanto. Non faceva altro. Ma, per loro scrivere significava vivere, capire, lottare, stare dalla parte giusta, contro potenti ed i prepotenti, i mafiosi e i loro compari. Semplicemente capire. E qui da noi capire è spesso la cosa peggiore che ti può capitare.

Una volta andai ad una mostra di pittura. Era a Padova, questa mostra. Nella sede della Prefettura. Credo che fosse l’estate dell’87 o dell’‘88. Ero andato a fare un giro e capitai da certi amici a Padova. Andai alla mostra e vidi questi quadri. Quadri di pittori russi. Anzi, sovietici, visto che all’epoca c’era ancora l’Unione Sovietica. Diciamo la verità: non è che fossero granché. Però, ne vidi uno che mi colpì particolarmente. O meglio, non è che mi colpì il dipinto, ma il suo titolo. Rappresentava, in primo piano, due polsi incatenati con le catene spezzate da un libro che cadeva dall’alto, di taglio. Sullo sfondo, una manifestazione. In testa alla manifestazione uno striscione con una scritta in cirillico che, naturalmente io non capii, ma che – lo afferri dopo – era il titolo stesso del quadro. Bene, il titolo era: la conoscenza rompe le catene della schiavitù. Capito? La conoscenza rompe le catene della schiavitù. Una folgorazione. Almeno per me. Per questo mio padre e gli altri giornalisti sono stati uccisi. Solo per questo. Volevano capire o avevano capito. E spesso, in Sicilia, questa è una strada da non imboccare. Quella loro scrittura era conoscenza,  sete di giustizia, sfida a chi ci vuole carponi. Era il loro modo di stare a schiena dritta. Qualcuno di voi scrive? Io sì. E’ bello scrivere. Ed è bello avere qualcuno che ti legge, no? Per voi magari sarà una rottura di scatole: il tema, il compito, la versione… Così l’abbiamo vissuta tutti. Eppure, pensateci, qualcuno ci ha rimesso la vita nel tentare di fare questa cosa a volte così odiosa… Otto morti solo in Sicilia, dicevamo. Diciassette in Italia.  E non sono morti per caso. Tutt’altro. Le loro vite sono state cancellate perché  qualcuno ha voluto e programmato così, non perché si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. I nostri morti sono vittime della conoscenza. Hanno voluto fare informazione, fare domande chiare e sfacciate, mai ossequiose, mai da invertebrati. Hanno tentato di capire ciò che gli altri non volevano neanche vedere. E questi altri erano e sono spesso loro colleghi, giornalisti come loro, che avevano ed hanno scelto il quieto vivere, piuttosto che la dignità del mestiere e del cittadino. Che magari di giorno scribacchiano avvisi e paludati pastoni di cronaca e la sera vanno a cena con l’onorevole o il boss di turno…  Ma lasciamo stare. Mio padre non era così. E questo mi basta.  C’aveva le palle, lui. Ed aveva quella fiducia cieca nel suo lavoro che confina con l’ingenuità. Forse perché lui non era palermitano, ma un siciliano d’Oriente, di Siracusa, di quella provincia che, allora, veniva chiamata ‘babba’, cioè stupida, perché sostanzialmente non bacata dalla mafia.

Era forte mio papà. Ricordo bene le sue bellissime mani e i suoi occhi scuri pieni di bontà…. Sapete cosa ricordo bene anche? Il ticchettio della macchina da scrivere. La sera, dopo cena, a volte fino a notte inoltrata, si chiudeva in studio e scriveva. Tic-tac tic-tac. Era abbastanza veloce, ma non velocissimo. Credo battesse con due soli dita, gli indici. Ma masticava chilometri di nastro, quintali di carta. Piano piano. Dammi tempo che ti pèrcio,  che ti buco, come si dice da noi. Colpo dopo colpo, parola infilzata a parola, aggettivo azzeccato a sostantivo, le cose gli venivano bene ed uscivano sempre degli articoli di cui i palermitani parlavano per giorni.  Io mi avvicinavo alla porta dello studio, accostavo l’orecchio. A volte sentivo una piccola imprecazione, un foglio tirato via con energia, lo sfregamento dell’accendino per la sigaretta. E ascoltavo. Certe volte lui avvertiva la mia presenza oltre la porta e mi chiamava. Entravo nel fumo, nel suo ordinato disordine. Tra i libri negli scaffali, l’odore di chiuso e cicche schiacciate nel posacenere. Ma mi piaceva. Perché mio padre stava facendo una cosa importante. Lui scriveva su un giornale. Non sapevo esattamente cosa. Ma ci scriveva.    Eccome! E così mi sono innamorato anch’io di quel mestiere bastardo. Anche se ufficialmente il mio lavoro è alla Regione Siciliana.

Papà, te lo posso dire. Forse tu non avresti voluto. O forse sì. Ma io l’ho fatto lo stesso. Ho scritto anch’io ed ho scritto di mafia. Nella mia vita non ho soltanto cazzeggiato, qualcosa di serio l’ho fatta anch’io. Papà, tu sei stato un grande giornalista investigativo. Scrivevi soprattutto di mafia e per questo ti hanno ucciso. Che tu fossi il migliore lo dice un’inchiesta giudiziaria sfociata poi in un processo. Sette le condanne.  Ti dicevo, anch’io ho scritto qualcosa. Perché lo faccio, dato che il mio lavoro è tutt’altro? Boh! Forse ho sete di verità. O forse il giornalismo mi scorre nel sangue. O sono un illuso, uno di quelli che crede ancora nella forza delle parole.  Così qualche inchiesta l’ho fatta pure io. Per periodici poco conosciuti, ma che mi hanno garantito la libertà di scrivere quello che volevo. L’ho fatto. E  bene, credo. Sono stato felice nello scrivere e ricordare un giornalista, un ragazzo di 25 anni, ammazzato come un cane quasi cinquant’anni fa, nel 1960. Si chiamava Cosimo Cristina. Era di Termini Imerese. E lì fu ucciso. Già da cinque anni faceva il corrispondete per il giornale L’Ora di Palermo, per il Giorno di Milano, per l’agenzia Ansa, per il Messaggero di Roma e persino per il Gazzettino di Venezia.  Era bravo, ambizioso, capace, integerrimo come solo i giovani e i grandi idealisti sanno essere. Se poi sono allo stesso tempo giovani ed idealisti, si presto a chiamarli rivoluzionari. Lui, a modo suo, lo era. Aveva fondato, a ventidue-ventitré anni, un suo giornale: Prospettive Siciliane, si chiamava. Andava in giro sempre con un farfallino, un papillon, e una stilografica pronta all’uso nel taschino, infilata nel block-notes. Con le sue inchieste aveva seminato lo scompiglio tra le file mafiose di Termini, Cefalù e delle Madonie. Era un cavallo di razza, Cosimo. Aveva un fiuto eccezionale.  Basta passare in rassegna i titoli apparsi su Prospettive Siciliane. Sono tutti frutto di indagini sul campo. Ad esempio, un articolo del 1958 si intitola: ‘La strada per la droga passa per Palermo’. Signori, siamo nel 1958! Mica cazzi! Già, nel 1958 lui aveva capito quello che noi abbiamo impiegato quasi trent’anni a farci entrare in zucca. Si era anche occupato della serie di estorsioni ed attentati avvenuti a Mazzarino, cuore arso della Sicilia estrema, verso la fine degli anni ’50 e culminati nell’omicidio del cavaliere Angelo Cannada e nel tentato omicidio di un vigile urbano. Naturalmente a Mazzarino il terrore si poteva tagliare sottile. E l’omertà pure. Un’improvvisa svolta nelle indagini si ebbe con l’arresto dell’ortolano di un convento lì vicino, Carmelo Lo Bartolo. Arrestato, venne rinchiuso in cella. Ma mentre il magistrato era ancora alle prese con gli affari suoi, qualcuno pensò a lui. Il giudice non fece in tempo ad interrogarlo: Lo Bartolo morì dentro la cella per ‘asfissia da ostruzione meccanica delle vie respiratorie’, come recitava la perizia. Strano suicidio. E ce ne saranno ancora di questi suicidi, che credete? Ma continuiamo la nostra storia. Bene, a metà febbraio del ’60 il procuratore Làmia spiccava quattro ordini di cattura per altrettanti frati del convento di Mazzarino. La cosa fece scalpore. Le accuse erano gravissime: associazione a delinquere, simulazione di reato, omicidio, estorsione, violenze private. Insomma, metà codice penale. L’Italia ne fu scossa. Ma, come al solito, dopo pochi giorni, se ne sbatté. A fine febbraio, su Prospettive siciliane uscì un articolo a firma di Cosimo Cristina. Il titolo diceva: ‘Avvocato di Mazzarino, corrispondente di un noto giornale siciliano, è il capo della famigerata banda dei monaci’. Ora, in città c’errano tre avvocati che collaboravano con altrettante testate siciliane. Ma solo l’avvocato Alfonso Russo Cigna si risentì. E denunciò Cristina per diffamazione. Cristina, da parte sua, non  avendo mai fatto, nell’articolo,  il nome dell’avvocato, era abbastanza tranquillo. Era convinto di vincere la battaglia in tribunale. Ma le cose non andarono così. E il 30 marzo invece venne condannato a un anno e quattro mesi di carcere e al risarcimento dei danni quantificati in due milioni. Due milioni di allora erano soldini. La condanna venne sospesa, però, in attesa del’appello. Ma la sentenza d’appello Cosimo Cristina non la udirà mai. La mattina del 3 maggio 1960 uscì di casa. Tutto profumato e rasato come al solito. Con il solito cravattino  e i solito pizzetto nero corvino ben curato. Per due giorni non se ne seppe nulla.  Il pomeriggio del 5 maggio trovarono il suo cadavere, con la testa fracassata, sui binari della Termini-Palermo, sotto la galleria  Fossola. Fu il padre, il signor Luigi, impiegato delle ferrovie, che, avendo sentito alla radio, del ritrovamento di un cadavere sui binari, accorse sul posto e riconobbe il figlio. Suicidio, venne sentenziato anche in questo caso. E perché si sarebbe suicidato? Femmine, no? Sempre lì batte il chiodo! Il vicequestore di Palermo, Angelo Mangano, tentò di mettere insieme un dossier in cui si avanzava l’ipotesi dell’omicidio mafioso. Sei anni dopo, nel ’66, il corpo di Cosimo venne riesumato e su di esso vennero fatti nuovi rilievi autoptici. Risultato? Sempre suicidio. Peccato che ormai i rilievi erano stati eseguiti su uno scheletro. E, ciò nonostante, mi spiegate come fa uno a suicidarsi dandosi un bel colpo di spranga alla nuca?

A me, ‘sta storia non mi è andata giù. Ho fatto la mia inchiesta. Pubblicata nel ’98. Per poterci lavorare, ho contattato ed incontrato Maria Jos, sorella di Cosimo Cristina, una bellissima signora ormai ultrasessantenne. L’ho incontrata per rivolgerle alcune domande. Mi ha accolto senza problemi. Ma, fissandomi negli occhi, ha incominciato a piangere. In silenzio. Mi si è stretto il cuore. In lei hanno cominciato a riaffiorare i ricordi dolorosi, taglienti come lame di rasoi. Un sorriso, un gesto, mezza parola masticata. Un ciao, un saluto scherzoso. E alcune foto. Una, in particolare, fu scattata poco prima della morte. Cosimo, lì, è sorridente, lucido, lo sguardo profondo, il pizzetto. Sembra più vecchio dei suoi 25 anni. Ma credo che sia normale. Forse è colpa del bianco e nero che invecchia, un po’ come i film anni ’50 in cui gli attori sembrano sempre più vecchi di quanto non siano in realtà.  Il dolore della signora Maria Jos riemergeva lentamente, risaliva lentamente lungo canali impercettibili dell’animo per riversarsi nel bacino silente di due occhi carichi di rabbia e gratitudine. Rabbia per la ferita ancora viva, la morte del fratello, gratitudine verso di me, verso un ragazzo di poco più grande di quel suo fratello ucciso che, a distanza di tanti anni, si era preso la briga di occuparsi di quel lontano, dimenticato, misconosciuto delitto. Lo sguardo si rannuvolava sempre più. Ad ogni parola che riandava a quel fatto. Si fermava. Mi fermava. Capivo il suo stato. Ci sono passato anch’io. E gliel’ho detto. Anche lei ha compreso. Non ero imbarazzato. Anzi, ero contento di averla incontrata. Alla fine ci si rincontra, no? Magari non vogliamo darlo a vedere, ma i nostri occhi hanno sempre un’espressione particolare, gli occhi che hanno visto da vicino un parente ammazzato dalla violenza cieca mafiosa. Sono occhi carichi di rabbia e coraggio. Hanno visto tutto, ormai. Cosa ci può essere di peggio? Dopo la lunga chiacchierata, l’ho salutata e sono uscito. Andando verso casa mi sono chiesto se della tragica fine di Cosimo e dei tanti altri finiti come lui si saprà mai qualcosa, si saprà mai la verità. Non sono riuscito a darmi una risposta. Neppure di incoraggiamento. Semplicemente non lo so. Non lo so…   Ma al di là delle emozionim, qualcosa ho scoperto: che, ad esempio, Cosimo aveva preannunciato un giorno prima di scomparire che nel giornale L’Ora del giorno successivo sarebbe apparsa una notizia-bomba. Ma l’indomani Cosimo era già morto e la notizia-bomba non apparve mai.   

La bomba, quella vera, esplose diciotto anni dopo, il 9 maggio 1978. E si portò via la vita di un altro ‘ragazzo matto’. Di un’altra testa pensante, senza padrini né padroni: Peppino Impastato. Un irregolare dell’informazione. Anzi, della controinformazione. Uno di quelli che non ebbero mai il patentino di giornalista – glielo riconobbero post mortem, però -  ma che poteva insegnare il mestiere e soprattutto la dignità di quel mestiere a gente ben più navigata di lui. A quelli che “sì, però, non si sa…” A quelli che prendono sempre le distanze da tutto, anche da se stessi… A quelli che le prove non ci sono mai e se ci sono non bastano… E se, infine, ci sono persino le sentenze e le condanne, beh, i giudici possono sbagliare… ricordate il caso Tortora? Si ricordano tutti del caso. Ma dimenticano il maxi-processo però! E i morti ammazzati per le strade e i giovani a cui viene continuamente rubato il futuro e i politici mafiosi e camorristi in Parlamento… Ma lasciamo stare, che è meglio…   Peppino venne fatto esplodere su un binario della Palermo-Trapani, vicino a Cinisi, il suo paese. Il paese suo e di Badalamenti. Il paese in cui lui aveva deciso di combattere le sue battaglie, arroccato nel fortino di Radio Aut, a sputtanare, denunciare, prendere per il culo, sfottere, martellare i mafiosi, i loro lacché, spronando alla rivolta morale quella massa anonima di gente, suoi compaesani, che per paura, viltà o indifferenza, si erano fatti complici e schiavi: cornuti e contenti. E, per la cronaca, anche in quel caso si parlò in un primo momento  di suicidio. Poi si preferì la pista del tentato attentato al treno….  Di recente una sala dell’Associazione della stampa è stata intitolata ai giornalisti uccisi dalla mafia. Tra di essi figura il nome di Cosimo Cristina. Almeno, questa. E anche per merito mio. Ne sono felice. Ma lo Stato… lo Stato… cos’è, lo Stato?

Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente all’erta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali: ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace – per vigliaccheria o per calcolo – della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!

Queste parole non sono di mio padre. Avrebbero potuto esserlo, ma non sono sue. Sono di un altro giornalista, un altro uomo che ha sfidato il potere politico e mafioso. Anche lui, come mio padre, siciliano d’Oriente, anche lui – guarda caso – nato nel 1925: evidentemente quello fu un anno buono per il giornalismo con gli attributi. Anche lui ucciso – tra l’altro sempre a gennaio – perché aveva capito, capito e denunciato. Insomma perché dava fastidio ai boss ed ai loro tirapiedi. Giuseppe Fava, si chiamava. Era originario di Palazzolo Acreide, Siracusa, ma morì ammazzato a Catania, la sua città d’elezione e di battaglie, la città in cui dirigeva il più coraggioso giornale antimafia che abbia mai visto la luce del sole: I Siciliani. E venne ucciso a gennaio, appunto. Il 5 gennaio del 1984.  Nell’ultima intervista rilasciata a Enzo Biagi, il 28 dicembre 1983, cioè una settimana prima della sua morte, ribadiva ciò che aveva sempre detto: i veri mafiosi stanno in Parlamento, siedono su scranni comodi e sicuri, al riparo da colpi di tosse e di lupara, lontani dalla calca, con le loro facce indifferenti a tutto, i loro ghigni famelici e le mani viscide come serpenti a sonagli. Loro, i politicanti, sono lì. A Roma, a Palermo, a Milano, a Napoli. A volte tirano i fili, a volte  sono essi stessi burattini, pupi di pezza. Fanno comunque il loro lavoro. Non è difficile in fondo: basta avere un po’ di pelo sullo stomaco e saper rinunciare pressoché definitivamente a quella cosa ingombrante che si chiama dignità. Il resto viene da sé. Il potere, i voti, le raccomandazioni da dare e ricevere, i soldi, gli appalti, l’ammissione ai salotti buoni della gente influente e discreta ed ai salotti meno buoni ma utili delle serate televisive, le cene con i personaggi altolocati finché non diventano loro stessi i personaggi altolocati che richiamano l’attenzione delle plebi. E poi i codazzi, le interviste paludate, le verità da non dire e le menzogne da ammannire, le auto blu e i fiocchi rosa, i nastri da tagliare  e quelli da registrare, le puttane da comprare e quelle da zittire, i giornali da tenere in pugno e quelli da stritolare. Insomma, il solito tran tran. Tutto questo hanno il coraggio di dire i giornalisti come Fava o mio padre. In fondo la passione per la verità e per la giustizia è quella che accomuna simili uomini. Che sono molto più rari di quello che si possa immaginare. E quando ne nasce uno – di solito ogni venti – trent’anni -   bisogna tenerselo stretto, difenderlo, tutelarlo. Perché difendere lui significa difendere noi. Noi tutti, noi che vogliamo essere liberi tra liberi.

Mio padre diventò giornalista professionista nel 1968. A 43 anni. Tardi, se si vuole. Fino ad allora aveva collaborato  con  la Sicilia di Catania, poi con l’Ansa ed, infine, con il Giornale di Sicilia di Palermo. E qui avviene la svolta della sua vita. Infatti, gli affidano la cronaca giudiziaria. Che per mio padre diventa una sorta di droga. Vi si lancia con tutta l’energia che ha in corpo, e ne ha tanta… ve l’assicuro. Vuole scavare, capire, informarsi ed informare, non accontentarsi delle paludate pappine preriscaldate preparate dalle autorità, dai giudici, dalle agenzie di stampa di regime. E no, lui non è così. Lui, nelle cose, ci va fino in fondo. Fino all’esasperazione se è necessario.   Uno dei fatti più sconvolgenti che deve raccontare e di cui deve interessarsi è la strage di Ciaculli del giugno 1963, quindi quando non era ancora un professionista. E già lì capisce che qualcosa sta cambiando, anzi si è rotto. Infatti quella è la strage che viene annoverata come la punta massima raggiunta dalla cosiddetta prima guerra di mafia. La conoscete la strage di Ciaculli? Quella dei carabinieri? No? E, com’è possibile? Non vi insegnano niente a scuola? Allora, se mi permettete, ve la racconto io.

Dunque, siamo nel 1963. Già da alcuni anni è in atto una guerra di mafia senza quartiere per il controllo degli appalti e del traffico sigarette di contrabbando e di droga, eroina soprattutto. La stessa droga di cui aveva  parlato Cosimo Cristina, ricordate? Bene, le famiglie  dei Greco e dei La Barbera erano le protagoniste di questa faida. Pare che tutto fosse iniziato con un carico di eroina, procurato dal boss Calcedonio Di Pisa, ma che poi era stato sabotato all’arrivo a New York. Di Pisa venne fatto fuori il giorno di S. Stefano del 1962. Uno di quelli che scelse di stare coi Greco fu Cesare Manzella, un lontano zio di Peppino Impastato. Erano tutti di Cinisi, Palermo. Se qualcuno di voi ha visto I Cento passi, il film di Marco Tullio Giordana, lì si vede Manzella che, proprio all’inizio del film, apprezza il piccolo Peppino che declama a memoria l’Infinito di Leopardi. E si vede anche la scena di come lo ammazzano, Manzella: sbarrandogli una trazzèra di campagna con un’auto imbottita di tritolo che poi gli viene fatta scoppiare sotto il naso. Questo accadde il 26 aprile 1963. Ma questo attentato, così come quello di  Ciaculli, fu, pare, la reazione all’uccisione, nel gennaio dello stesso ’63, di Salvatore La Barbera, fratello dell’altro boss, Angelo, e capo della famiglia omonima.   Ma che successe a Ciaculli?  La strage di Ciaculli iniziò a Palermo centro, a dire il vero. Esattamente quando alcuni uomini del boss Pietro Torretta, della famiglia La Barbera appunto, latitante per vari omicidi, rubarono una Giulietta e la insacchettarono ben bene di tritolo, con un congegno ad orologeria che la facesse esplodere al momento giusto. Con un filo d’acciaio collegarono poi lo sportello del bagagliaio alla carica, in modo che  tutto facesse boom  appena qualcuno avesse tentato di aprirlo. Molti anni dopo, un’ipotesi suggestiva avrebbe chiamato in causa, per la sistemazione dell’esplosivo nella macchina, niente di meno che l’OAS, l’organizzazione terroristica francese che in Algeria ne ha combinato di cotte e di crude. Compreso il confezionamento di autobombe. Dei professionisti, insomma. Ma non sappiamo fino a che punto  questa versione sia vera. Ad ogni modo,  l’auto partì. Diretta alla villa dei fratelli Greco. Solo che, per strada, accadde una cosa abbastanza normale, ma, in quel momento, assolutamente imprevista: si bucò una gomma. Capita, no? A voi è capitato qualche volta? A me un sacco di volte. Bene, a questo punto, il commando non aveva scelta: o ritornava indietro, a Palermo, ma il timer era stato già azionato e quindi il rischio che non facessero in tempo era molto concreto, oppure cambiavano la gomma, ma non potevano aprire il bagagliaio sennò, anche qui, saltava in aria tutto. Così decisero di mollarla lì dove si trovava. Semplicemente. Subito dopo, qualcuno entrò in una cabina telefonica e chiamò i carabinieri, avvisando che c’era questa Giulietta sospetta, con gli sportelli aperti. Che venissero a  darci un’occhiata. Dimenticarono, però, un piccolo particolare:  di dire che l’auto era imbottita di tritolo. Qualcuno, addirittura, dopo il fatto, ha ipotizzato che no, l’auto non fosse diretta ai Greco, ma che volesse colpire proprio la parte migliore delle forze investigative palermitane. Insomma, far fuori d’un colpo solo e senza alcun rischio i migliori investigatori, carabinieri, poliziotti, che lo Stato poteva schierare in quel momento contro la mafia. Tesi, a dire il vero, non del tutto infondata, poiché per poco questo non accadde davvero. Ma continuiamo. Sul posto dove c’era la Giulietta arrivarono il maggiore Favalli, comandante della quadra omicidi dei carabinieri, e il commissario Madia, comandante la squadra mobile. Osservarono la macchina, guardarono sotto, videro la gomma a terra, videro il filo che collegava alcune bombole con la batteria, ma non toccarono nulla. Chiamarono invece i tecnici del comando di artiglieria di Palermo.  Poi, arrivò una chiamata: da un’altra parte di Palermo c’era stata una sparatoria e loro servivano là. Così dovettero andare via. Sul posto rimasero sette persone: il tenente dei carabinieri Mario Malausa, il maresciallo dei carabinieri Calogero Vaccaro, il maresciallo di polizia Silvio Corrao, i carabinieri Marino Farbelli ed Eugenio Altomare, un soldato di artiglieria, Giorgio Ciacci, e il maresciallo artificiere dell’esercito Pasquale Nuccio, chiamato perché provvedesse a disinnescare l’ordigno.

            Il maresciallo Nuccio lavorò per un’ora abbondante con grande precauzione, facendo attenzione ad ogni cosa,  e finalmente riuscì a smontare il meccanismo che collegava l’esplosivo alla batteria. “Tutto a posto, maresciallo?” gli chiese Malausa.  “Sì e no, – rispose Nuccio – qui ho finito, ma bisognerebbe aprire il cofano. Ma io non mi fido. Come facciamo a sapere cosa c’è dentro?”. Malausa gli fece un piccolo sorriso di sufficienza: “Maresciallo, stiamo invecchiando, eh? Che ci vuole. Basta un po’ di coraggio e il cofano si apre…” Così si avvicinò, col pollice premette il bottone dell’apertura e contemporaneamente spinse all’insù lo sportellone. Aveva ventiquattro anni, Mario Malausa. Era torinese. Di un’altra parte d’Italia, di un altro mondo. Dove gli uomini sono forse più ingenui o corretti. Sicuramente meno abituati a pensare al male che si aggira tra noi mortali. O forse non lo soccorse la fantasia, in quel momento. Che ne sappiamo? Il portabagagli si alzò leggermente. Il giusto per farne venir fuori l’apocalisse. Un  lampo. Alto almeno venti metri. Una deflagrazione che si udì a chilometri di distanza. L’auto scomparve. Al suo posto un cratere profondo quattro metri. L’auto venne ingoiata dal nulla, sì, e con essa i sette uomini.  Di loro non rimase  nulla. Del maresciallo Corrao, uno degli investigatori più bravi di Palermo, ritrovarono solo una scarpa, la cinghia dei pantaloni, la fede nuziale e la fondina della pistola. Il tutto lo consegnarono alla moglie. Era quasi famoso in città, Corrao. Era un uomo schivo e malinconico. Diceva spesso di aver sbagliato mestiere e che avrebbe voluto fare lo scrittore. Amava Tomasi di Lampedusa, Moravia, Pavese, Shakespeare, Pasolini. E su  questi autori meditava, leggeva e litigava, spesso alla Libreria Flaccovio, il cenacolo degli intellettuali palermitani. Del tenente Malausa, quello che aveva aperto il bagagliaio, trovarono una stelletta di acciaio del bavero e la spallina con i gradi di tenente. Era un ex ufficiale dei carristi, alto, temerario, spavaldo, un atleta che correva i cento metri in qualcosa come undici secondi. Tutto quello che recuperarono di lui lo consegnarono alla madre in una busta d’ufficio gialla. Del carabiniere Eugenio Altomare fu rinvenuto solo il berretto e l’anello nuziale. Dentro l’anello c’era scritto: ‘Per tutta la vita con te’. Si era sposato sei giorni prima. Ancora oggi girano le foto scattate il giorno dei funerali, a Palermo. Le bare adagiate su dei camion. Le corone di fiori alle fiancate. Ma si stenta a credere che dentro quelle bare, in realtà, non ci fosse praticamente nulla. 

Questo fatto cominciò a raccontarlo mio padre. Raccontò il dolore dei militari che per i successivi ventiquattr’ore si aggiravano storditi sul luogo del delitto, delle loro dita che scavavano nella terra bruciata alla ricerca di qualche misero resto umano, delle loro lacrime che scendevano su guance arse dal sole, increspate da barbe lunghe, devastate da un dolore inatteso e sconvolgente.   Questo raccontò mio padre. Raccontò di quel vecchio veneziano, comandante di tutte le forse armate della Sicilia, un uomo che aveva combattuto quattro guerre, che ordinò a un suo generale di arrestare tutti i delinquenti e, se necessario, di sottoporli a tortura per farli parlare. Raccontò dell’idea, avanzata qualche giorno dopo, di dotare i poligoni di tiro di sagome raffiguranti mafiosi, con tanto di coppola e lupara a tracolla, per allenare i militari di leva a sparare al bersaglio. Ah, un’ultima annotazione: i responsabili della strage, mandanti ed esecutori, non sono mai stati trovati.

Nel 1970 successe qualcos’altro, a Palermo. Successe qualcosa a un giornalista, molto apprezzato da mio padre, anche se lavorava per il giornale concorrente, L’Ora. Questo giornalista si chiamava Mauro De Mauro. De Mauro non era siciliano, anche se molti lo pensavano e lo pensano ancora. Era di Foggia, in realtà. Aveva avuto un passato di repubblichino, aveva combattuto nella X MAS del principe nero Junio Valerio Borghese e si era trasferito nel capoluogo siciliano all’indomani della guerra. Non era un giornalista come gli altri. Diciamolo subito. Era molto meglio. Nel ’70 aveva 49 anni. Lavorava come redattore e inviato speciale al giornale comunista L’Ora, come già detto.  Negli ultimi tempi era stato messo ad occuparsi di sport, anziché di attualità. La decisione era apparsa strana. Si mormorava anche che stesse per andare via dall’Ora per  assumere l’incarico in un altro giornale e che quindi era stato spostato perché il suo allontanamento si notasse il meno possibile. Si diceva, si mormorava. Chissà! La sua carriera era stata folgorante. Dotato di un bagaglio culturale di tutto rispetto, aveva dalla sua uno stile moderno ed efficace. Diretto, senza arzigogoli e contumelie. Era uno spirito avventuroso, curioso, facile ai rapporti umani, con un fiuto infallibile per le notizie. Era conosciuto da tutti, soprattutto in Sicilia. Molti lo ammiravano, molti altri lo temevano. Tanti addirittura lo odiavano, probabilmente. Aveva conoscenze e infiltrati in tutti i settori della pubblica amministrazione, in tribunale, negli ambienti della polizia e dei carabinieri, nelle banche e, forse, anche tra i criminali. Per più di dieci anni De Mauro lavorò come un ossesso. Viaggi, articoli, interviste, ricerche. Combatteva, denunciava, scriveva, indagava. Aveva capito che non c’era attività economica, commerciale, politica che non fosse in qualche modo influenzata dalla mafia. E scoprì anche la forza, la potenza di questa organizzazione. Gente che veniva eletta in Parlamento e si trovava la strada per Roma lastricata di voti mafiosi, integerrimi imprenditori che, in realtà, facevano lauti affari grazie agli appalti truccati e alle benevolenze mafiose, preti che confessavano i mafiosi e facevano la spia per le famiglie rivali, uomini di finanza che trafficavano droga in un colossale, ed, all’epoca, ancora in parte sconosciuto,  carosello internazionale degli stupefacenti. E poi c’era il contrabbando di tabacco, quello degli appalti delle esattorie, quello del giro delle puttane, i soldi che andavano e venivano per la ripulitura, quelli che restavano a Palermo per la costruzione di nuovi, orrendi quartieri ghetto grigio-topo senza un albero o una speranza. De Mauro capì. Capì che la mafia stava dietro a tutto questo. E non solo dietro. Spesso, anche davanti. E proprio per questo faceva più paura. Lui invece era un giornalista scomodo, uno di quelli che i fatti propri non se li sanno proprio fare. La sera del 16 settembre 1970, dieci giorni dopo aver compiuto 49 anni, arrivò davanti al portone dello stabile in cui abitava, parcheggiò l’auto e stava per salire a casa, dove l’aspettavano per la cena. Affacciati al balcone, la figlia e il fidanzato assistevano alla scena. De Mauro uscì dalla macchina e venne avvicinato da tre persone. Lo invitarono a salire sulla loro auto. De Mauro montò su. Senza accenni di fastidio o ribellione. L’auto ripartì. Di lui non si è saputo più nulla. Ancora oggi, a distanza di 40 anni. Nulla. Volatilizzato. Qualcuno, a distanza di tanti anni, ha rivelato che venne sciolto nell’acido.  Ma la domanda, oggi,  è un’altra: perché? Perché farlo scomparire?  Secondo alcuni, compreso il pentito Francesco Di Carlo, perché era venuto a conoscenza del tentativo di colpo di stato organizzato dal suo ex comandante Junio Valerio Borghese e poi effettivamente tentato l’8 dicembre di quello stesso anno 1970. Secondo un’altra versione, la sua scomparsa sarebbe stata legata alle indagini intorno al traffico di droga. Però, l’ipotesi più interessante resta la terza. Cioè quella collegata alla morte, nel 1962,  di Enrico Mattei, il presidente dell’ENI. Questo sospetto prese consistenza quando, subito dopo il suo rapimento, gli inquirenti si accorsero che, dal suo cassetto in ufficio, mancava un nastro con la registrazione dell’ultimo discorso tenuto a Gagliano Castelferrato da Mattei. Qualcuno allora si ricordò che  qualche giorno prima di scomparire, De Mauro aveva parlato di un affare importantissimo, uno scoop senza precedenti, a cui stava lavorando. Tra l’altro, nella vicenda Mattei, De Mauro si era trovato impigliato quando il regista Francesco Rosi lo aveva contattato in occasione proprio della lavorazione del film su Mattei: Il caso Mattei, appunto, uscito due anni dopo la sua scomparsa,  nel 1972. Aveva scoperto qualcosa di clamoroso sulla morte del presidente dell’ENI? Può essere. Aveva scoperto che forse non si era trattato di un incidente? E chi  aveva voluto questa morte, chi era il mandante e chi l’esecutore? Non lo sapremo mai. Venne zittito in tempo. Come al solito.  Ma Mattei, invece, chi era? Adesso ce lo facciamo descrivere da Giorgio Bocca. Mattei, dice Bocca, era “Uno di quegli italiani imprendibili, indefinibili, che sanno entrare in tutte le parti, capaci di grandissimo charme come di grandissimo furore, generosi ma con una memoria di elefante per le offese subite, abili nell’usare il denaro ma quasi senza toccarlo, sopra le parti ma capaci di usarle, cinici ma per un grande disegno.” Ecco, avete capito? No? Mattei era, come già detto,  il presidente dell’ENI. Lo avevano incaricato di liquidare l’Agip, l’azienda fondata dal fascismo nel 1926, ma lui, invece di smantellarla, le aveva costruito intorno l’ENI, di cui la prima era diventata l’asse portante. Poi si era accordato con l’Unione Sovietica by-passando il potere delle Sette sorelle petrolifere americane. La cosa le aveva irritate non poco. E ancora, aveva fatto accordi direttamente con i paesi produttori di petrolio, portando gli italiani nel deserto ad estrarre petrolio direttamente e riservando per sé il 25% dei profitti, ma lasciando il 75% ai paesi produttori. Una rivoluzione.  E gli americani che rosicavano. Non era un uomo odiato. Ma quei pochi che volevano la sua morte erano gente che poteva permettersi di andare al sodo. Gente potente, cinica, glaciale. Gente che non guardava in faccia nessuno. E non portava rispetto per nessuno. Men che meno per uno che rompe le palle. Il 27 ottobre del 1962, Mattei lasciò l’aeroporto di Catania, dopo un viaggio a Gela per visitare il megastabilimento dell’Agip. Si trovava a bordo di un piccolo velivolo, un Morane Saulnier, insieme al pilota Irnerio Bertuzzi e al giornalista americano William McHall. Ad una trentina di chilometri da Milano, sul cielo di Bascapè, mentre infuriava una tempesta, l’aereo incominciò a rullare a vuoto,  si inclinò da un lato e venne ingoiato da un’esplosione. Un contadino disse di aver visto quell’esplosione e poi la fiammata a terra del disastro. Ci vollero tre giorni per ritrovare i resti dei tre uomini del Morane.  Immediatamente corse voce del sabotaggio. Il fratello di Mattei, Italo, sporse denuncia alla magistratura, sostenendo che il bimotore fosse stato danneggiato mentre si trovava sulla pista dell’aeroporto di Catania, in attesa che Enrico tornasse dalla raffineria di Gagliano Castelferrato, nella quale si era recato in elicottero. Secondo lui, un esperto di aerei a reazione, travestito da  ufficiale dei carabinieri, si sarebbe accostato al bimotore ed avrebbe sistemato dentro uno dei motori un ordigno ad orologeria. Sarebbe dovuto scoppiare dopo due ore esatte di volo, cioè a pochi minuti dall’atterraggio a Milano. Come avvenne. Nel film del ’72, Rosi fece  in parte sua questa tesi. Ma non la magistratura, che ben presto optò per l’ipotesi del… non del suicidio… ma dell’incidente. 

Voi sapete dove viene stampato il Giornale di Sicilia?   Esatto, a Palermo. E lì andò a lavorare papà nel 1968. In realtà, lui, a Palermo, ci stava da quando aveva 15 anni. Dopo i primi due anni di ginnasio a Siracusa, decise di trasferirsi a Palermo, da certi zii che lì abitavano. Si innamorò della città,  del suo caos deflagrante, della sua aria mediterranea e sonnolente, dei suoi ritmi paludati, della sua saggezza cinica  e meditabonda.  Ci rimase. Facendo il collaboratore di varie testate. Poi, nel ’68 la svolta.  Il ’68! Un’epoca, un mondo. Un mondo che nasce e uno che crolla. E non solo in senso metaforico. Visto che il ’68 fu anche l’anno del Belice. Ma su questo torneremo.

Mio padre lì fu il primo in molte cose.  Fu il primo, ad esempio, a scrivere di un nuovo, feroce, boss in ascesa, Totò Riina. Fu il primo e l’unico a intervistarne la moglie, Ninetta Bagarella, nel 1972. Fu il primo a descrivere dettagliatamente la mappa delle famiglie mafiose di Palermo e dintorni. Dopo il primo grande processo di mafia, nel 1969, l’occasione per rifarsi fu offerta dal terremoto del Belice. Miliardi su miliardi stanziati da Roma per la ricostruzione su cui le famiglie mafiose non ebbero difficoltà a mettere le mani. Attorno a questi soldi si scatenò la lotta senza quartiere che insanguinò la Sicilia.  E mio padre scriveva di tutto questo. Mio padre intuì che dopo la strage di Ciaculli qualcosa era cambiato all’interno della vecchia struttura di Cosa Nostra. Intuì che qualcosa s’era rotto. Definitivamente. Come scrisse nel dossier del marzo 1979, la vecchia mafia si era modernizzata ed aveva ampliato e ramificato i propri interessi. Dal settore degli autotrasporti a quello del contrabbando di droga, sigarette, valuta, preziosi.  Facevano viaggiare in mezzo mondo le casse di sigarette di contrabbando e la droga, il vino sofisticato nel porto di Palermo e i denari da ripulire che  finanziavano  attività apparentemente innocue o persino utili: agenzie turistiche, discoteche, ristoranti, saune, supermercati, grandi magazzini, ma anche la costruzione di strade, autostrade, palazzi di tribunali, banche, stadi, caserme, scuole, condomini,  chiese. Sentite che cosa scriveva nel 1979: “Il contrabbando di droga, sigarette, valuta e preziosi è la principale attività che consente alla mafia di dominare la malavita dei quartieri imponendosi come fonte primaria di lavoro. Migliaia di disoccupati, di invalidi, di persone appena uscite dal carcere vivono infatti di contrabbando. Da non sottovalutare un aspetto sociale di fondamentale importanza: sono tutte persone distratte da reati più gravi come gli scippi, le rapine, i furti.”  Mio padre fu il primo a parlare di commissione mafiosa e dei nuovi organigrammi delle famiglie.

 Nel ’77 arrivarono alla redazione del Giornale di Sicilia il direttore Rizzi e il caporedattore Lucio Galluzzo. Due mosche bianche in un ambiente in cui i giornalisti vanno a cena coi mafiosi e fanno i galoppini per i politici dei clan. Mio padre conosceva tutti. O così credeva. Poi, gli capitava in mano una foto e scopriva che tizio o caio, che magari stava seduto davanti alla sua scrivania al giornale, la sera andava a cena con qualche boss mafioso, un Greco, un Riina, un Badalamenti.  Attorno a lui, anzi a loro, ben presto si formò un’aria… come dire?… rarefatta. Il silenzio calava come un macigno ogni volta che si avvicinavano, li scrutavano guardinghi come si fa con i seminatori di discordie.  Nel ’77 io avevo 11 anni. Mi ricordo – il ricordo della nostalgia, direi – il ticchettio perenne della macchina da scrivere. E mio padre che fumava dietro di essa. Poi si alzava, andava in cucina a bere un sorso d’acqua e si rimetteva al lavoro. La mattina usciva presto. Un caffè e via. Sotto braccio, la solita cartella, piena, immagino, delle cose che aveva scritto durante le lunghe ore notturne. Non so nemmeno io quando riuscisse a mangiare. Molti degli articoli che pubblicò in questo periodo sono dedicati al Belice, alla sua ricostruzione e soprattutto all’affare della diga Garcia. “Quando nell’inverno del 1968 la terra del Belice trema – scriveva mio padre – pochissime persone riescono a immaginare quali immense fortune saranno ricavate dalla disperazione del terremoto. Antichi paesini di pietra adagiati da secoli nella vallata del fiume Belice vengono distrutti per sempre. Ben altre sciagure sono all’orizzonte in quel fazzoletto di Sicilia dove fra le viscere della terra si levano i disperati lamenti dei sopravvissuti.” Non male, che ve ne pare? Il sisma distrusse 21 comuni. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Scoppiò da lì a poco una guerra di mafia senza precedenti, cruenta, feroce, che insanguinò e violentò un intero territorio della Sicilia occidentale. Tutti sembravano impotenti. Anche perché tutti sembravano non capire. Voltavano la testa da un’altra parte, piegavano le schiene, camminavano carponi per non vedere, per non sentire. Mio padre no. Lui la sua battaglia voleva combatterla. E combatterla  fino in fondo. Prese le sue armi di ordinanza, le sole che conosceva e conservava, penna e block-notes, e andò nella valle del Belice. Voleva andare a vedere una cosina. Voleva andare a vedere con i propri occhi il posto dove sarebbe sorta la diga più grande del Sud, un invaso da 100 milioni di metri cubi che avrebbe dato acqua a tre province e undici comuni. Diga della Garcia, si chiamava. Ed ecco che, parlando e chiacchierando con i contadini, con la gente di quei posti, col barbiere e col salumiere, con il ragioniere e con il panettiere,  scoprì il paradigma. Cioè la struttura portante, il ‘contesto’ direbbe Sciascia, che generava e faceva proliferare mafia e malaffare. Scoprì il meccanismo infernale che legava insieme politici, mafiosi, affaristi, impiegati, banche. Il tutto per metterla in culo alla povera gente.  L’humus della corruzione. L’humus e il verminaio. Cos’era accaduto? Era presto detto. La Regione, grazie allo statuto speciale di cui dispone, varò una serie di leggi finalizzate a favorire la realizzazione dell’opera. Costo, coperto dall’Ente regionale e dalla Cassa per il Mezzogiorno: 350 miliardi di lire, una cifra esorbitante per l’epoca.  Ma, direte voi, se serve, serve. No? E’ vero, concordo io. Però, c’è un piccolo però.  Le terre che vennero individuate per l’esproprio erano seminativi e latifondi incolti, appartenenti a grossi proprietari assenteisti, di quelli che non si erano mai occupati di farli fruttare, di dar lavoro, di sfruttarli in qualche modo. Però era gente  ammanicata politicamente con quelli che sedevano a Palermo, tenevano saldi legami, diretti o indiretti, con altra gente poco raccomandabile e si onoravano della loro amicizia invitandoli nei loro salotti buoni, dove tra un drink e un cannolicchio, tra donne ingioiellate e camerieri in livrea, si fanno affari e si creano e modellano fortune politiche e strategie di governo. Tornando ai terreni, però c’è da dire che, fin qui, in fondo, non c’è nulla di eccezionale. Se questi terreni fossero stati  espropriati in base a regole e cifre trasparenti e soprattutto in base a quello che effettivamente valevano (cioè poco o nulla, perché abbandonati o incolti), effettivamente non ci sarebbe stato nessun problema. Ma le cose ovviamente non andarono così. Le terre nel frattempo cambiarono velocemente padrone. Mio padre scoprì che i vecchi proprietari avevano venduto a prezzo di pascolo, cioè a circa 300 mila lire per ettaro,  e adesso i nuovi proprietari – per volere della Regione – si trovavano indennizzati con circa 13 milioni per ettaro: quaranta volte di più! Mio padre mise tutto nero su bianco. Dal 4 al 21 settembre 1977 pubblicò in sei puntate la sua inchiesta sul Giornale di Sicilia. Il suo lavoro svelava la corruzione e gli sprechi dietro il meccanismo della decisione di costruire la diga e dietro la sua costruzione. “Noi non abbiamo occhi per piangere – gli dice la gente vittima del sisma -  e qui costruiscono ‘na cosa che manco in America!” Ma Mario Francese, mio padre, faceva anche i nomi. Faceva i nomi di quelli che avevano rastrellato i terreni. E che si sarebbero rivelati i nuovi padroni della Sicilia: i ras delle esattorie Nino e Ignazio Salvo, ma anche Totò Riina, la primula rossa sanguinolenta e spregiudicata di Cosa Nostra. Raccontò tutto, mio padre. Fu il primo a fare il nome di Riina, a parlare della scalata dei corleonesi, dei loro appalti, dei loro traffici, dei loro investimenti, dei loro complici, persino delle società inventate di sana pianta per l’occasione, come la ‘Ri.Sa’, dalle iniziali di Riina Salvatore. 

Cosa Nostra non si fece attendere. Il primo ad essere colpito è Lino Rizzi, il direttore del giornale. Gli fanno esplodere la macchina. La redazione resta freddina. Guardinga, poco partecipe. Anzi, per nulla partecipe. Dopo tocca al capocronista Lucio Galluzzo, chiamato al giornale proprio da Rizzi. Fu proprio Galluzzo che incaricò mio padre di occuparsi della diga Garcia. A Galluzzo bruciarono la villa in campagna. Quando la notizia giunse in redazione, i colleghi si mostrarono quasi infastiditi. Pochi gli manifestarono la benché minima solidarietà, molti gli fecero il vuoto attorno. Ma chi cazzo glielo faceva fare, a lui? Che cosa s’era messo in testa, voleva drizzargliele lui le zampe al cane? I più tacevano, giravano alla larga, fingevano. Fingevano di non sapere, fingevano di farsi i fatti propri, fingevano di essere uomini ed erano solo mediocri pagliacci. Nulla di cui stupirsi, in fondo, se si scopre poi che l’editore del quotidiano frequenta alcuni boss come Michele Greco, Stefano Bontate, Tommaso Spataro… E questo mentre mio padre toccava con mano la disperazione di tanti uomini e donne, la loro delusione, la loro lotta per la dignità e per la sopravvivenza in quell’arabesco in rilievo noto come valle del Belice. Descriveva le loro speranze vane, le loro lacrime che si asciugavano al sole ed al gelo, il disinteresse delle pubbliche istituzioni, le promesse ed i voti che facevano la fortuna di grassatori e sparvieri, parlava della loro rabbia, della loro indignazione. E della loro solitudine. Mentre le baracche venivano a poco a poco sistemate e curate come se fossero le vere, definitive,  case. Senza illusioni, con realismo e pragmatismo. E dopo quasi trent’anni, poco o nulla è cambiato. Neanche la diga s’è fatta, per la cronaca.

Adesso parliamo un po’ d’altro. Non vi voglio dare l’impressione di uno che si occupa solo di mafia e cose schifose del genere. Anche perché a Palermo, a Catania, a Messina, la gente vive, lavora, s’innamora, fa figli, muore anche di morte naturale. E’ gente abbastanza normale. Come tutta la gente del mondo.  Recentemente ho interrotto una relazione. Una storia d’amore insomma, durata tanto, anche troppo, e che evidentemente, visto che è finita, amore non era più. Ma ti rimane lo stesso un vuoto: sono le abitudini, anche quelle cattive, anche quelle che sapevi perfettamente che erano cattive, pessime abitudini, ma che non riesci a troncare prima. Quando ti prende la nostalgia e ti senti un po’ più solo cerchi gli amici, quelli che hai trascurato un po’ per via di lei. Ma quando l’incontri capisci che non stai cercando loro, in fondo tu stai cercando semplicemente te stesso. E così ti rendi conto che vuoi stare un po’ da solo. Già, stare un po’ da soli non fa sempre male. E tra una solitaria passeggiata e l’altra capita che ti infili nella tua libreria preferita. E tra un libro e l’altro ti accorgi di lei. Una che lavora lì. Ma da quanto? Non l’avevo mai vista. Forse lavora da poco o forse da molto, forse ero io ad avere gli occhi ‘improsciuttati’ da una finzione d’amore. Sta di fatto che ti avvicini a lei per chiederle qualche consiglio su più di un libro da regalare (siamo in pieno periodo natalizio) e qualche amica intelligente ce l’ho anch’io. E’ lei che con la sua semplicità e cordialità mi aiuta e mi consiglia nelle scelte. La ringrazio, cordialmente la saluto e vado via. Ma io vado via, lei no: resta dentro me. Mi restano i suoi occhi semplici e profondi, la sua voce, la sua preparazione e la sua sensibilità: “Cosa le è successo al braccio, si è fatto male?” Mi aveva domandato.

“Nulla di grave, sono caduto, ne avrò ancora per poco”.

Ma il fatto che lo abbia notato e me lo abbia chiesto mi ha dato l’impressione di essere di fronte ad una donna dolce e sensibile. Sono tornato in libreria il giorno dopo, e il giorno appresso. Dal lei siamo passati al tu. Non conoscevo niente di lei, soltanto il suo nome, ma sapevo che mi piaceva e speravo di poterla rivedere fuori dalla libreria, così per scambiare quattro chiacchiere e per capire se davvero era come l’avevo immaginata. Incombevano le feste natalizie, la libreria era sempre affollatissima: “Cazzo – pensai di colpo – e se sta lavorando soltanto per queste festività? Rischio di non vederla più”. Dovevo necessariamente osare un po’ di più. Ed ecco la geniale pensata: le compro il mio libro preferito, le scrivo una dedica, metto il mio biglietto da visita dentro al libro, lo faccio incartare in confezione regalo, poi mi avvicino a lei che era incasinatissima (antivigilia di Natale) e le dico: “Ciao, questo è per te.”

“Oh grazie – risponde lei – ma scusa se non posso aprirlo adesso – vedi ho un sacco di persone.”

“Certo, volevo semplicemente farti gli auguri di Natale, magari torno un altro giorno, finite le vacanze. Ciao e auguri di nuovo”.

Esco dalla libreria contento per avere fatto un primo passo verso l’ignoto. Ma dura poco: l’ignoto presto, anzi prestissimo, diventa notissimo. Incontro la mia amica Francesca, tra circa duecentomila persone che passeggiano in centro. Non ci vedevamo da quasi un anno. “Ciao Francesca come stai?”. E lì a raccontarci quasi un anno di vita, fino ad arrivare alla libreria ed al mio incontro. “Ah, sì la conosco, è molto carina,” fa lei, “ ma guarda che è fidanzata. Anzi ti dico di più, convivono e lui fa il barbiere.” “Basta Francesca!” la interrompo.  “Praticamente hai preso un coltello e mi hai dato una pugnalata al petto!” Comunque il fidanzato deve essere un uomo intelligente dato che sta con lei. Che sia mai il barbiere di Siviglia?  Insomma c’è sempre qualcuno che si mette sulla nostra strada, no?

Io avevo tanti desideri, da piccolo. Vedevo mio padre come tutti i bambini vedono il proprio: un eroe, un invincibile. Non sapevo cosa facesse esattamente. Ogni tanto sentivo che diceva di andare al giornale. Mi immaginavo che entrasse dentro un giornale vero, di carta.  Magari per sistemare una colonna o una foto. Poi ho incominciato a capire. E quando ho iniziato a capirlo, ecco che lui non c’era già più.  Dopo la sua morte, il giornale pubblicò il suo dossier a puntate. Il 20 maggio 1979 venne rivelata l’indagine che mio padre aveva condotto per l’omicidio del colonnello Giuseppe Russo. Un’altra vittima di quella maledetta diga, in fondo. Il colonnello Russo aveva scoperto che la mafia aveva messo le mani sull’affare dell’invaso. Secondo mio padre, l’interesse del militare per la storia della diga era venuto fuori per una storia di amicizia personale. Quelle storie di amicizie vere e disinteressate, tipiche di un mondo ancora romantico di intendere le relazioni umane che, a volte, caratterizzano gli animi siciliani.  Infatti, il colonnello aveva un caro amico, Rosario Cascio, che aveva vinto legittimamente l’appalto per la realizzazione dell’opera. Però, con pressioni, minacce e violenze, Cascio fu costretto a mollare l’appalto. Russo intervenne per capire. Cominciò a indagare. E questo non piacque alle famiglie in ascesa, quelle che avevano il controllo del territorio e dei denari pubblici. 

            Il 20 agosto 1977, alle ore 21.30, il colonnello Russo uscì dalla sua casa estiva di Ficuzza, a pochi chilometri da Palermo. Uscì per fare due passi. Lui, la moglie, la signora Mercedes  Berretti, e la piccola Benedetta avevano appena terminato di cenare. Avevano lasciato il capoluogo siciliano nel  pomeriggio. Erano iniziate le loro vacanze, a Ficuzza. Vacanze semplici. Aria pura, pochissimo traffico, pochi svaghi e lunghe passeggiate nei boschi dei dintorni. La signora Mercedes decise di restare a casa a riordinare. Le donne, le mamme, sono fatte così, no? Prima riordinare, prima la casa. E, dopo caso mai, un po’ di divertimento. Inoltre, si sentiva stanca. Voleva andare a letto subito dopo. Il colonnello decise di andare in piazza, invece. Prima però passò a chiamare un amico che abitava poco lontano, l’insegnante Filippo Costa. In maglietta e calzoncini, sotto il cielo stellato, i due amici camminavano a cavallo di un distratto parlottare, fiancheggiando il porticato della caserma della Forestale, diretti al bar del paese. Al bar entrò solo Russo. Fece una telefonata ed uscì. Costa attendeva fuori. Poi ripresero la passeggiata. Un testimone, Felice Crosta, disse di averli visti alle 22, che andavano verso la parte alta della piazza lungo il viale parallelo a quello principale.  Qualcun altro, però, vide un’altra cosa: una ‘128’ verde che procedeva lentamente, come in cerca di qualcosa. Ad un certo punto, la macchina fece una svolta ad U e si arrestò davanti alla casa di Russo. Ormai i due amici erano vicini all’auto verde. Non se ne resero conto, probabilmente. Si fermarono un attimo. Russo tirò fuori una sigaretta ed i fiammiferi dal taschino della camicia, ma non ebbe neanche il tempo di accendere. Dalla 128  scesero tre o quattro uomini a viso scoperto. Lentamente, per non destare sospetti, si avviarono verso i due. Appena furono vicini, aprirono il fuoco con le calibro 38. I killer erano molto tesi. Tanto che uno, nel lanciarsi contro il colonnello per finirlo, gli cadde addosso. Si rialzò immediatamente e, come in preda a un raptus, gli sparò un colpo di fucile in testa. Fu il colpo di grazia. Poi passò all’amico. Mirò anche alla testa di quest’ultimo. Fece fuoco. E andarono via, lasciando sotto il corpo del colonnello Russo un paio di occhiali. Altre due vittime della diga Garcia.

            Mio padre scrisse anche di questo. Cronaca, storia e motivi del duplice omicidio. Ma non ebbe il tempo di pubblicarlo. Da vivo, almeno.

            26 gennaio 1979, ore 20 e 30. Io ero davanti alla tv. Mio padre scese dall’auto. Stava rincasando. Fece due passi verso il portone. Uno gli si avvicinò alle spalle. Sei colpi di P38. In testa. Io sentii i colpi. Li sento ancora  dentro di me. Mi sbattono dentro come imposte in balia della tempesta. Mi agito. Non so perché. La voce del sangue, dice qualcuno. Mi allarmai. Mi allarmo. Quei colpi era come se fossero diretti a me, in qualche modo… Corro alla finestra, ma non vedo nulla lì per lì. Poi vedo la gente che si assiepa. Corre verso il portone. E poi… tutto diventa più chiaro… e più confuso…  Le grida di mia madre, le lacrime, la mano di qualcuno che mi afferra per allontanarmi, io che mi dibatto perché ho capito e voglio correre da mio padre… Lacrime grosse come acini d’uva mi annebbiano la vista… soffoco… mio fratello che non si trova… mia madre che si dimena… la gente che accorre… e poi i carabinieri, la polizia che blocca il traffico… le macchine che si fermano… il suono di una sirena, anzi di due o forse tre… una è sicuramente quella dell’ambulanza…  la corsa verso l’ospedale, l’attesa… il responso… e il nulla…. Non so più niente… Sfinito,  dentro mi sento solo cenere, arso come un ceppo in un camino. 

            Quello di mio padre fu il delitto che aprì la lunga sequela di sangue di Cosa Nostra. I cosiddetti ‘delitti eccellenti’ a ripetizione.

Dopo mio padre toccò al primo politico, il segretario provinciale della Dc Michele Reina, la sera del 9 marzo 1979. Erano le 22,30 e Reina era uscito dalla casa di un amico col quale aveva trascorso la serata. In macchina lo attendevano la moglie e il figlio. Appena salito, si avvicinarono due uomini. Gli spararono al viso. Secco. Aveva  47 anni.

            Il 21 luglio 1979 fu la volta del capo della squadra mobile Boris Giuliano. Stava seguendo l’evoluzione della mafia in holding finanziaria a base di narcotraffico. Era un tipo tosto, Giuliano. Si vantava di poter bloccare, con i suoi uomini, un intero quartiere di Palermo in meno di due minuti.  La moglie era partita per ferie il giorno prima. Decise perciò di scendere giù al bar all’angolo, il Bar Lux, per prendere un caffè. E lì  lo beccò il killer. Mentre stava pagando. Gli sparò a bruciapelo alle spalle. 

            Passarono due mesi e il 25 settembre, verso le  8,30 del mattino, venne ammazzato il capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, Cesare Terranova. Era appena tornato in Sicilia, Terranova, dopo due legislature da deputato nelle file del PCI.  Tutte le mattine arrivava sotto casa sua una Fiat 131. Era la  scorta che lo portava al lavoro. Quella mattina non fece eccezione. All’improvviso arrivò un’altra auto a sbarragli la strada. Ne scesero alcuni killer che aprirono il fuoco con una carabina Winchester e delle pistole. Con lui restò ucciso anche il maresciallo di scorta, Lenin  Mancuso.

Intanto dell’omicidio di mio padre si stavano occupando i giudici istruttori Rocco Chinnici e Antonino Caponnetto. Non si approdò a nulla, però. E nel 1986 il caso venne archiviato. Come dire, dimenticatoio. Ma, Cosa nostra non era mica stata con le mani in mano.

            Il 6 gennaio 1980,  il Presidente della Regione Siciliana l’On. Pier Santi Mattarella uscì di casa e salì in auto insieme alla moglie e al figlio. Stavano andando a messa. Un killer si avvicinò al suo finestrino e gli scaricò addosso un intero caricatore 7,65. Cadde così uno dei simboli istituzionali della lotta alla mafia. Colui che aveva trovato un accordo con Pio La Torre, segretario regionale del PCI, per una strategia ferrea per troncare i legami tra mafia e politica. Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, Giulio Andreotti, oggi senatore a vita e omaggiato padre della patria, era a conoscenza  del progetto mafioso di eliminare Mattarella, ma non avvertì né l’interessato né la magistratura. Come faccio a saperlo? Semplice, lo dicono i giudici. Ecco qui la della corte d’Appello di Palermo sul caso Andreotti. Nella conclusione si legge:

Del resto, ad ultimativo conforto dell’assunto, basta considerare proprio la, assolutamente indicativa, vicenda che ruota attorno all’assassinio dell’on. Pier Santi Mattarella. Anche ammettendo la prospettata possibilità che l’imputato sia personalmente intervenuto allo scopo di evitare una soluzione cruenta della questione Mattarella, alla quale era certamente e nettamente contrario, appare alla Corte evidente che egli nell’occasione non si è mosso secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità del Presidente della Regione facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità ed i loro disegni: il predetto, invece, ha, sì, agito per assumere il controllo della situazione critica e preservare la incolumità dell’on. Mattarella, che non era certo un suo sodale, ma lo ha fatto dialogando con i mafiosi e palesando, pertanto, la volontà di conservare le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro, che, in quel contesto, non possono interpretarsi come meramente fittizie e strumentali. A seguito del tragico epilogo della vicenda, poi, Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è ‘sceso’ in  Sicilia per chiedere al boss Stefano Bontate conto della scelta di sopprimere il Presidente della Regione: anche tale atteggiamento deve considerarsi incompatibile con una pregressa disponibilità soltanto strumentale e fittizia e, come già si è evidenziato, non può che leggersi come espressione dell’intento (fallito per le ragioni già esposte in altra parte della sentenza) di verificare, sia pure attraverso un duro chiarimento, la possibilità di recuperare il controllo sull’azione dei mafiosi riportandola entro i tradizionali canali di rispetto per la istituzione pubblica e di salvaguardare le buone relazioni con gli stessi, nel quadro della aspirazione alla continuità delle stesse.

E poi, oggi, c’è chi sostiene che Andreotti allora fu stato prosciolto e che con la mafia non aveva nulla da spartire!

Colui che invece stava conducendo le indagini sulla morte di Boris Giuliano e ne aveva ereditato in parte anche  le inchieste era un capitano, tarantino di nascita, si chiamava Emanuele Basile ed era stato mandato a comandare la stazione dei carabinieri di Monreale.  Anche lui si era imbattuto nel traffico di droga, anche lui era un carabiniere coi coglioni.  La sera del 4 maggio 1980, Emanuele Basile, assieme alla moglie, era in procinto di assistere ad uno spettacolo pirotecnico per la  festa del Santissimo Crocefisso. In braccio aveva la figlia di due anni.  Un killer  gli sparò alle spalle e poi fuggì in auto.

 Il posto di Basile venne preso da un altro capitano, Mario D’Aleo. Anche lui verrà ucciso, il 13 Giugno 1983. D’Aleo era romano. Era ancora più giovane di Basile. Aveva solo 29 anni. Oggi, se qualcuno di voi va a Monreale, magari per vedere la bellissima cattedrale normanna, faccia un salto alla Villa Comunale. ‘Villa Comunale Emanuele Basile e Mario D’Aleo’ si chiama.

Ma lo stillicidio non si fermò qui. Il 30 aprile del 1982 toccò al segretario regionale del PCI siciliano, Pio La Torre, ed al compagno di partito Rosario Di Salvo. Dopo quest’omicidio venne inviato Dalla Chiesa, in Sicilia. Prefetto con poteri eccezionali. Almeno sulla carta. Ci rimase 100 giorni.  Il 3 settembre venne ucciso in un agguato in Via carini. Con lui, caddero anche la moglie, Emanuela Setti Carraro, e l’agente di scorta Domenico Russo.

L’anno dopo, il 29 luglio dell’ ’83, la mafia uccise Rocco Chinnici, il primo che si era occupato dell’omicidio di mio padre. Chinnici non era un giudice qualunque. Ex magistrato di Cassazione, era stato nominato consigliere istruttore del Tribunale di Palermo. Era un uomo attivissimo, che credeva nel valore della parola e della cultura per sconfiggere la mafia. Partecipava, quale relatore, a congressi e convegni giuridici e socio-culturali e lavorava assiduamente per coinvolgere voi, i giovani, nella lotta contro la mafia. Fu il primo magistrato a recarsi nelle scuole per parlare a studenti come voi della mafia e dei pericoli della droga. Amava ripetere che  “parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai.” In una delle sue ultime interviste, Chinnici  disse che “la cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare.”  Non passò troppo tempo da quando pronunciò queste parole. Quella mattina del 29 luglio del 1983 gli piazzarono  una Fiat 127 imbottita di esplosivo sotto casa, in via Pipitone Federico. Era Palermo, ma sembrava Beirut. Morì all’età di cinquantotto anni. Ad azionare il detonatore, il killer mafioso Pino Greco. Con lui morirono il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato, e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.

Poi vennero Pippo Fava, Montana e Cassarà, Livatino, Falcone, Borsellino  e le loro scorte,  i morti di Firenze, di Milano, Beppe Alfano… Insomma un cimitero. Ma adesso basta.

 E io intanto non ho fatto altro che aspettare. Ho aspettato giustizia per mio padre. Per quell’uomo che scriveva senza paure e senza riverenze, un uomo solo con la sua dignità, la sua umanità e il suo coraggio. Sempre a schiena ben dritta. Ho aspettato…  E non di morire, come la storia che ci capitò a me ed a mio fratello Totò una vota che eravamo in macchina con nostro padre. Volete sentirla? Eccola.

Mi trovavo seduto sul sedile anteriore della vecchia auto di mio padre. Un mio fratello seduto dietro. Mio padre ci stava portando nella casetta che avevamo in affitto ad Aspra. La casa aveva un grande giardino, direi un vero e proprio terreno di campagna. Quella casa e quel grande giardino sembravano una specie di mini, che poi tanto mini non era, zoo. Papà ci teneva di tutto. Cani, gatti, capretta, galline, uccelli, conigli, ecc…

Quella mattina di primavera stavamo andando lì per dare il cibo a tutti gli animali. Arrivati a Ficarazzi, mio padre svolta a sinistra, e procede per una traversina che arrivava al lungomare. Ad un certo punto, da questa strada stretta, dalla parte anteriore di un camion posteggiato sbuca improvvisamente una bambina con una bicicletta. Mio padre con un gesto fulmineo e istintivo riuscì appena in tempo ad arrestare l’auto. La bambina, tranquilla come una pasqua, stava proseguendo la sua passeggiata, quando papà, apre il finestrino e le dice: “E se ti investivo? Devi stare più attenta con la bici quando vai per la strada.

 La bambina con aria inebetita lo guarda e gli risponde: “Ma io aspittava (ma io ho aspettato)”. Basta, mio padre mette la marcia e riparte. Qualche minuto dopo, scoppio a ridere. Preciso che quando ero piccolo avevo una risata che non riuscivo più a frenare, una risata contagiosissima. Cosicché sia mio padre che mio fratello scoppiarono in una solenne risata da contagio senza capire in realtà perché stessero ridendo. E più me lo chiedevano, più io ridevo e non riuscivo a prendere fiato per spiegarlo. Intanto tra le risate generali, l’auto proseguiva la sua corsa verso casa. Io seguitavo a ridere e loro appresso a me. Finalmente, quando arrivammo quasi a casa, riuscii a parlare: “Ma che cazzo stava aspettando la bambina, di morire?”

Già perché se vogliamo proprio leggere nelle parole e soprattutto nelle intenzioni della bambina, sembrerebbe che si fosse nascosta dietro il camion e che stesse aspettando la prima auto per farsi schiacciare. “Io aspittava!”, aveva risposto a mio padre. Ma aspettava che? La morte? Sono passati tanti anni ma quando, ogni tanto, ripenso a questo episodio, mi scappa ancora un sorriso. Eppure, se, si vuole, questa è un po’ la metafora della Sicilia e dell’Italia tutta. Noi, si aspetta. Da Nord a Sud, da Est a Ovest. Si aspetta. Alla Godot. Si aspetta qualcosa. Che cosa? E che minchia ne sappiamo. Aspettiamo solo per aspettare. Forse semplicemente aspettiamo di morire. Piuttosto che vivere di impegno, lotta, progetti, sogni. Piuttosto che vivere per la dignità, senza farsi azzannare, ammazzare, cacciando i farabutti, i mafiosi e i loro tirapiedi e zerbini. Piuttosto che vivere per cambiare davvero, noi e il nostro mondo.

Tuttavia, la mia attesa non è stata vana, pare. Dopo più di dieci anni di sospensione nel dimenticatoio, il fascicolo relativo alla morte di mio padre, Mario Francese, giornalista senza padroni nella Sicilia appecoronata, è stato riaperto. Grazie alle testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia. Gli stessi che, a volte, dicono alcuni,  non servono. (Forse, chissà?, non servono solo quando incominciano a fare i nomi più compromettenti, i nomi dei politici, dei loro referenti mafiosi e dei loro amici intimi. Non credete?)  Ad ogni modo, il 17 novembre 1998, finalmente, il Gip ha firmato nove ordini di custodia cautelare per Totò Riina, Pippo Calò, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, Bernardo Brusca, Antonino Geraci, Giuseppe Farinella, Michele Greco e Leoluca Bagarella. Sono stati accusati di essere gli organizzatori e gli esecutori del delitto di mio padre.  Nell’aprile del 2001, il processo, svoltosi con rito abbreviato, ha visto la condanna a 30 anni per Totò Riina, Francesco Madonia, Antonino Geraci, Giuseppe Farinella, Michele Greco e Leoluca Bagarella. Nel processo bis, con rito ordinario, l’altro imputato, Bernardo Provenzano, è stato condannato all’ergastolo.

            I giudici della sentenza di primo grado hanno evidenziato che dagli articoli e dal dossier redatti da mio padre emerge – leggo testualmente – “una straordinaria capacità di operare collegamenti tra i fatti di cronaca più significativi, di interpretarli con coraggiosa intelligenza, e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità sulle linee evolutive di Cosa nostra, in una fase storica in cui oltre a emergere le penetranti e diffuse infiltrazioni mafiose nel mondo degli appalti e dell’economia, iniziava a delinearsi la strategia di attacco di Cosa nostra alle istituzioni. Una strategia eversiva che aveva fatto un salto di qualità proprio con l’eliminazione di una delle menti più lucide del giornalismo siciliano, di un professionista estraneo a qualsiasi condizionamento, privo di ogni compiacenza verso i gruppi di potere collusi con la mafia e capace di fornire all’opinione pubblica importanti strumenti di analisi dei mutamenti in atto all’interno di Cosa nostra.”

            La mia attesa non sembra essere stata vana. Qualche cosa di utile l’ho combinata pure io.

Adesso ho deciso di non vivere più da solo. Ho adottato un cagnolino di quasi cinque mesi. L’ho chiamato Jack, non come lo squartatore, ma come il protagonista di un programma radio: un cane sciolto. È successo che un giorno, uno di quelli qualsiasi, vedo un gazebo. Mi avvicino e scopro che erano quelli della Lav (lega antivivisezione). Avevano appresso un cagnolino. Un bastardino tutto beige, con le zampette bianche e il musetto con una strisciolina bianca. Poi gli occhi. Due occhi verdi dolci e profondi come quelli di un bambino. Da un po’ di tempo desideravo un cane. Quando lo guardai negli occhi e lui guardò me, non ebbi nessuna esitazione e l’adottai. Oggi sono felice come una pasqua. Jack è un cane intelligentissimo e buonissimo. Gli do tanto, ma ricevo forse ancor di più. È passata una settimana da quando l’ho adottato ma mi sembra che ci conosciamo da sempre. Forse lui stava aspettando me, come io stavo cercando lui. E con i miei occhi, e con i suoi occhi, nonostante tutto, io e Jack andremo avanti: e vi giuro che ce la faremo. O almeno ci proviamo.  Anche se ho la sensazione che dopo la sentenza contro gli assassini di mio padre il mio lavoro sia sostanzialmente concluso. Non vi pare?

La sentenza di primo grado venne confermata nel dicembre del 2002, in appello. Anche in questo caso, i giudici non persero l’occasione di sottolineare le grandi qualità umane e professionali di Mario Francese e affermarono senza mezzi termini che “con la sua morte si apre la stagione dei delitti eccellenti”. E che non  fu affatto casuale che fosse stato lui il primo di quel lungo rosario di sangue. Mario Francese era un protagonista – scrissero i giudici – se non il principale protagonista, della cronaca giudiziaria e del giornalismo d’inchiesta siciliano. Nei suoi articoli spesso anticipava gli inquirenti nell’individuare nuove piste investigative.” E rappresentava “un pericolo per la mafia emergente, proprio perché capace di svelarne il suo programma criminale, in un tempo ben lontano da quello in cui è stato successivamente possibile, grazie ai collaboratori di giustizia, conoscere la struttura e le regole di Cosa nostra.” 

L’impianto accusatorio resse anche in Cassazione. Tre boss, tuttavia, vennero assolti: Pippo Calò, Antonino Geraci e Giuseppe Farinella. Loro non c’entravano. Ma la sentenza, nel dicembre 2003, confermò i 30 anni di carcere per Totò Riina. Definitiva la pena a 30 anni anche per Leoluca Bagarella, Raffaele Ganci, Francesco Madonia e Michele Greco, che non avevano fatto ricorso davanti alla Suprema corte. Nel processo bis confermato in appello l’ergastolo per Bernardo Provenzano.

Ma  tutti questi ultimi avvenimenti processuali,  appelli, Cassazione, dibattimenti, dichiarazioni, sentenze,  Giuseppe Francese non poté  né seguirli né provarne soddisfazione. Infatti,  subito dopo la sentenza di primo grado, decise che la sua vita era ormai appagata. Decise che ciò che doveva fare nella vita – vedere in galera chi gli aveva ammazzato il padre – era stato fatto. Per cui, lo scopo ultimo della sua esistenza era stato finalmente raggiunto. Giustizia era fatta. Il 3 settembre del 2002 fece l’ultima, definitiva scelta: svoltò l’angolo della vita, suicidandosi. Avrebbe compiuto 36 anni sei giorni dopo, il 9.  E non servì, per farlo desistere, neanche la compagnia di Jack.

Approfondimenti:

fondazionefrancese.org

 

                                                                             

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