IL SOGNO DI UN UOMO SEMPLICE

di Giovani Puglisi.

… Oh, quanta strada nei miei sandali
quanta ne avrà fatta Bartali
quel naso triste come una salita
quegli occhi allegri da italiano in gita
e i francesi ci rispettano
che le balle ancora gli girano…
(Bartali, Paolo Conte).

 

 

 

Si narra che, l’anno scorso, la sua partecipazione al giro d’Italia non fosse prevista. Poi, improvvisamente, qualcuno a lui vicino: “Enzo era in piazza, in Sicilia, che si rimpinzava di una granita alle mandorle (… sono seduto in cima a un paracarro e sto pensando agli affari miei, cit. canz.) quando ricevette una telefonata dal suo direttore sportivo che lo convocava per la corsa”. Vincenzo, parte, corre e vince il suo primo Giro d’Italia, edizione 2013.
La sua biografia è ormai nota, mentre per capire un siciliano come Nibali, non potranno essere dei giornalisti bulimici di aneddoti, che in questi giorni e in queste ore, ne ingoiano in quantità esagerate, ma possono farlo altri siciliani come lui. E non sempre si può spiegare. Non sempre si riescono a materializzare su un foglio di carta, le percezioni (saper riconoscere con un colpo d’occhio i rivali in difficoltà), le intuizioni (cogliere l’attimo giusto per lo scatto improvviso) le emozioni (tagliare il traguardo) e i sogni (cogli occhi puntati in alto verso quei grandi obiettivi visti da bambino).

Muto e pedala. Nibali vincit Gallie Cursum. Vincenzo non è una comparsa, ma non è neanche un primo attore, che ama le luci della ribalta. Parla poco e pedala. E’ una persona semplice, non è uno sbruffone che vuole il proscenio. Non è uno che si prende sul serio. Neanche quando vince. E quando vince qualcuno lo deve avvertire perché lui sta già pensando alla prossima corsa. I suoi successi se lì è costruiti con la sua umiltà e la sua tenacia, piano piano. Fin da ragazzino: “Mangiava, dormiva, studiava e si allenava, questo è Vincenzo”, dice di lui, la signora Bruna (la sua seconda ‘madre’ toscana).
Enzo, come lo chiamano in famiglia, ha preparato scrupolosamente dall’inverno scorso questo Tour de France e un pò alla volta, in continuo crescendo, confrontandosi coi piazzamenti della passate edizioni: 20, 7, 3, 1, ha raccolto. Ma prima ci sono gli errori commessi in altre gare. Uno tra tutti, nell’ultima edizione della Milano-Sanremo. Scattato troppo presto, da solo a 23 km dall’arrivo. Spera che qualcuno s’accodi, ma non funziona. O come il mondiale del settembre 2013. Durante una pioggia torrenziale, il siciliano cade, ma si rimette subito in sella, risale la testa del gruppo e scatta verso il traguardo e a qualche km dall’arrivo finisce la benzina. Ma questa è un’altra storia. Dopotutto, potremmo fare confronti e paragoni fino allo sfinimento. Per un ciclista che deve usare testa e gambe, ogni corsa ha storia a sé.

I 4 capolavori. 1) Shieffield è la seconda tappa della Grande Boucle, con freddo e pioggia, Vincenzo Nibali stacca tutti e avverte i migliori (Contador e Froome) che lui non farà da comparsa. Gli prende due minuti ed è maglia gialla; da quel momento nessuno l’ha mai messo in difficoltà. Neanche lo spagnolo, prima del ritiro. Era già in difficoltà. 2) Pavè (7 blocchi) di Arenberg. Dicono che lo specialista è l’italo-svizzero Cancellara. Nibali lo cancella. Gli addetti ai lavori assicurano che non ha mai corso sul Pavé. Ma non sanno che il messinese si allenava, già da ragazzino, sulla pietra lavica. Fu proprio una sua vittoria a Catania che gli varrà il trasferimento in Toscana (la storica via etnea è costruita interamente su pietra lavica). E, difatti, l’impresa più grande, quella che gli ha fruttato più vantaggio, Nibali l’ha compiuta proprio sul Pavé, come un suo altro idolo giovanile, Francesco Moser. 3) Le Alpi. Il ciclismo, in particolare si nutre di simboli. La sua letteratura ne è piena, ma questa tappa ha un gusto particolare. E’ dedicata al centenario della nascita di Bartali e della scomparsa di Fabio Casartelli. Vincenzo Nibali domina la tredicesima tappa del Tour, la Saint Etienne-Chamrousse, primo arrivo sulle Alpi di questa edizione e rinforza il suo vantaggio nei confronti dei rivali in classifica generale. Nibali, dopo aver tagliato il traguardo vittorioso, risponde ad una raggiante Alessandra De Stefano, citando Togliatti, e dedicando la vittoria allo Schindler list toscano. Si badi bene, lui, un ciclista e non l’organizzazione dell’appena trascorso giro d’Italia (maggio scorso) che ha snobbato a piene mani il passaggio dalla sua casa-museo (tra l’altro in stato di fatiscente degradato e senza alcuna insegna per poterla raggiungere). 4) I Pirenei (Hautacan). La scalata del Tourmalet è per Nibali un capolavoro. Una pendenza spaventosa, dove una piccola utilitaria salirebbe alternando nervosamente la prima e la seconda marcia. Raggiunge e supera (non lo vuole nella sua scia) l’attempato Horner, in fuga, restituendogli con gli interessi la beffa della Vuelta dell’anno precedente (tra l’altro, piena di dubbi sul rendimento dell’americano). Un siciliano non dimentica. Seguiranno altri piazzamenti (un 2° e un 3° posto) per rosicchiare altri punti, ma senza strafare.
Il 14 luglio per i francesi è sacro. E’ l’unico giorno che cede, ammettiamolo, senza volerlo, la maglia gialla, a favore del francese Gallopin. I francesi lo interpreteranno come un bel gesto e non dimenticheranno.

La squadra. Una compattezza che raramente si vedono nelle corse a tappe. Spesso si riscontrano rivalità all’interno dello stesso gruppo, coi giovani che scalpitano e i vecchi che primeggiano oscurandoli. Nibali, invece, ha saputo leggere molto bene la corsa. Mai un gesto fuori posto, mai un attacco avventato che stremasse la squadra, semmai l’ha saputo farla correre bene, soprattutto in salita, perché non tutti sono scalatori. Scarponi è stato il suo angelo custode e il primato al Tour è anche merito suo. Nibali, come si è visto, non è un tattico ma ha avuto fiuto, scegliendo il momento di affidarsi alle gambe. Ha colto l’attimo quando scattare e andare a tagliare il traguardo. Sedici anni dopo Pantani, Vincenzo Nibali (si piazza 4° nella prova a cronometro), tra l’altro primo campione d’Italia, vince (ma lui non lo dice) il suo 1° Tour de France, e sommando le vittorie delle altre corse entra nella storia dei grandi del ciclismo.

I giovani: Visconti e De Marchi. In attesa di Aru. I primi due sono sempre stati in partita e il secondo, soprattutto, è stato in quasi tutte le fughe. Il numero rosso, quale riconoscimento come miglior corridore combattivo ci sta tutto. Del nuovo compagno di squadra di Nibali, il sardo Stefano Aru, dopo un eccellente giro d’Italia, si aspettano non le grandi gesta di avventori effimeri, ma la conferma che, come Nibali, disegnino un nuovo volto del ciclismo, non solo italiano. Sebbene questo sport sia diverso da quello di Gimondi “è di un tatticismo esasperato, i ragazzi sembrano marziani. Io dico che bisognerebbe lasciargli più libertà”. E della vittoria al Tour di Nibali lo stesso dirà:” Vincere in Francia non è una sciocchezza ma dominare il Tour è un’impresa. E lui è stato perfetto”.

Telecronaca Rai: intorno al Tour de France già quasi vinto da Vincenzo Nibali ha tirato un’aria fiacca. Poca enfasi sui giornali, telecronache Rai improntate a una severa austerità emotiva. Tuttavia, ne si apprezza l’impegno, ma spesso è impalpabile, monocorde, a volte dà l’impressione dell’inadeguatezza di fronte all’evento che si sta materializzando davanti ai nostri occhi. Senza nulla togliere alla bravura di chi conduce in studio e in cabina all’arrivo ore di diretta, non ci sarebbe dispiaciuto pensare a una telecronaca eseguita dal compianto Adriano De Zan, magari insieme al bravissimo nuovo ct della nazionale Davide Cassani. Però è stato bello vedere in studio i due rivali storici, come Moser e Saronni, idoli della nostra fanciullezza, tifare per Vincenzo.

Il soprannome. Nibali, da ragazzino, amava “il pirata” Pantani, tanto da imitarlo con la bandana. Vincenzo, però, non è un pirata, nè tantomeno gli piace l’appellativo di “squalo dello stretto” che i suoi fans gli hanno appioppato. A lui piace ancora Pulce, con cui lo chiamavano da piccolo, per la sua minuta statura.
Qualcuno, addirittura, ha aperto un sito web col suo palmares e un meccanico della sua squadra gli ha dipinto sulla bici nelle ultime tappe il grafico coi denti del pesce cartilagineo. Di contro, per la passerella sugli Champs Elysèe, lui si fa dare un nuova bici senza particolari appariscenze. Noi abbiamo preferito giocare col suo cognome, canNibali, perché ha mandato in soffitta quel soprannome che fu di Eddy Mercks, con le sue stesse quattro tappe vinte al Tour e senza cronometro.
Le corse di Nibali emozionano, il suo sorriso, tra l’imbarazzato e lo spaesato commuove, ma lui “non è un ciclista che prende alla pancia e, di lì, altri organi interni. Non ha l’aura da arcangelo caduto, non ha tatuaggi, bandane orecchini. Non fa trasparire rabbia, emozione, sembra non sapere cosa fare della braccia, sul traguardo (cit. G. Mura)”. Le sue belle vittorie sono però la sua semplicità (con analisi lucide nel dopocorsa), la sua disponibilità (foto, autografi e conferenze stampa fino all’ultima domanda) la fatica e la disciplina (con allenamenti duri e scrupolosi) che diventano lezioni di civiltà e onestà per altri atleti miliardari viziati, e ne fanno quasi un italiano anomalo.

Il carrozzone. La vittoria di un italiano che vince attira tanti come le mosche. La pomposa retorica e mediatica innalza il simbolo dell’uomo solo al comando. Ma, andiamoci piano con i proclami dell’Italia che vince. Come sostiene Gianni Mura, in un bellissimo editoriale dal titolo: “Una goccia che scava: l’anomalia di un italiano cresciuto nella fatica”. Adesso, a bocce ferme “Cerchiamo di non salirgli tutti sulla canna della bicicletta, politici e tifosi, giornalisti e sociologi. L’Italia che vince qui non è quella delle scorciatoie e delle furbate, dei talk shaw politici e dei vip veri o presunti, delle indignazioni che durano un giorno e degli aiutini chiesti per una vita. E’ l’Italia delle tredici ore di treno tra Reggio Calabria e Mastromarco (e, altrettante, quelle che si è fatta la sua famiglia per raggiungerlo a Parigi, n.d.r.). E’ l’Italia con pochi soldi e tanti sogni, è l’Italia che si riconosce e si esalta nel lavoro e nel sacrificio. E’ l’Italia che sta nel retrobottega, in vetrina servono più colori vivaci e ammiccanti. I valori di Nibali, della sua famiglia, sono gli stessi di Vanotti e vengono buoni per la fanfara dei buoni sentimenti, che suonerà per un giorno o due perché il pallone reclama spazio”. Con le sue vittorie sono arrivati anche tanti soldi (gli perdoniamo la residenza a Lugano) e attenzione politica. Il Presidente della Repubblica ha espresso il desiderio di complimentarsi con lui di persona, mentre, pare che, Matteo Renzi lo abbia già invitato, tramite sms, a Palazzo Chigi. Comincia la carrozza del vincitore. Conoscendo Nibali speriamo vada in fuga. Adesso c’è il mondiale.

Il sospetto del doping. C’è chi afferma che il sospetto è l’anticamera della verità. “Aggiungiamo pure che la paranoia è il salotto buono della psicosi. Ma che si tratti di sospetto o paranoia o esercizio della critica, il risultato non cambia. E’ come se la stampa fosse in una costante aspettativa della positività, seguita dalle controanalisi a conferma e dalle solite dichiarazioni fantasmagoriche sulle quali si sono scritti libri umoristici (ho mangiato troppo cinghiale, ho sbagliato shampoo…”) G. Turano, su L’Espresso del 25 luglio 2014. Va ricordato, per amor di memoria, che Nibali è stato sottoposto dall’inizio stagione a 400 controlli, oltre a quelli quotidiani riservati alla maglia gialla e ai vincitori di tappa. Il passaporto biologico, vera novità, rende pubblico tutti i dati di ogni atleta. Esso individua gli effetti anomali che eventuali sostanze dopanti inducono sull’organismo smascherandone così l’assunzione sul breve, medio e lungo termine.
Dopo anni passati ad avvinazzare i tifosi con le sbalorditive imprese di intossicati vari, il protocollo è stato adottato per primo dall’UCI (Unione ciclistica italiana).

La premiazione. Sul podio della premiazione per la maglia gialla definitiva Vincenzo Nibali tira fuori un foglio e legge il suo discorso: “Avevo già anticipato che nessuna gioia poteva essere paragonabile a questa vittoria, ottenuta qui a Parigi. Ora posso dire che l’emozione che si prova è veramente indescrivibile. Ho costruito il successo partendo da lontano con la mia squadra. Quando si raggiungono obiettivi così grandi non si è mai da soli”. Ringrazia poi Martinelli, Vinokourov (non un esempio da seguire, sulla sua onestà di corridore), Slongo e Pallini. Questo “successo è dedicato alla mia famiglia”. La chiusura è un omaggio alla Francia: “Merci à tous le français, merci à tout le monde”. Parte l’inno di Mameli, Montaguti canta a squarciagola, gli occhi di Nibali si inumidiscono vistosamente ma non scendono le lacrime. E da buon siciliano resiste. Tutti i flash appostati non aspettano altro. La stampa parigina, come al solito, snobba la vittoria di un italiano a favore dei propri connazionali Peraut e Pinot, ma i francesi, stavolta non s’incazzano, hanno rosicato e adesso applaudono. E noi ci emozioniamo.

 

 

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