Su Charlie che se l’è cercata

di Giuseppe Tramontana.

Diceva Gaston Bouthoul che nulla somiglia a una cosa più della sua caricatura. Ed, in effetti, l’atto commesso contro Charlie Hebdo non fa che confermare quanto lo stesso periodico scriveva (e disegnava) a proposito dei fondamentalisti. D’altra parte, si sa, parodie e caricature sono le critiche più penetranti. Ed essendo penetranti, anche scomode ed irritanti. Che Charlie potesse non piacere è un dato di fatto. Ed ho scoperto questa tanto profonda quanto banale verità quando sono venuto a conoscenza di un fatto per me sconvolgente: c’è gente a cui non piace il cioccolato. Pensavo che persone del genere non esistessero, invece… Eppure, la libertà che abbiamo e che possiamo esercitare è proprio la libertà concessa ad un pensiero che non ci piace. Così come essere contro la pena di morte vuol dire non volerla MAI, soprattutto allorché non esistono dubbi sulla colpevolezza dell’indagato. Troppo facile, altrimenti. Parafrasando Balzac, la libertà che non costa nulla il cielo (e la democrazia) la ignora. Invece, sull’onda del “Je suis Charlie Hebdo” passato di bocca in bocca, qualcuno ha pensato bene di dichiarare che no, lui non è Charlie Hebdo prendendo le distanze – a posteriori – dal settimanale. Perché? Tanti i perché. Perché, in buona sostanza, non era abbastanza ‘popolare’, anzi era ciò che si dice “radical chic”, non era (più) abbastanza ‘di sinistra’, o più semplicemente, diciamolo, se l’è andata a cercare: ché non si ironizza così sulle religioni… Quest’ultima, in particolare, è la tesi dei reazionari “contenuti”, dei farisei, per lo più di stampo cattolico, gente che cinicamente sa il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna. Quelli che… scherza con i fanti e lascia stare i santi, ma poi, se scherzi con i fanti – leggi: politici – e loro ti minacciano, allora lascia stare anche i fanti… ed alla fine non devi scherzare su nessuno o sui soliti carabinieri. No, non è così che funziona. La vera libertà è la libertà di poter dire, pensare, scrivere ciò che si vuole. Così come la libertà del lettore è quella di non leggere certe cose, non acquistare il tal giornale che le pubblica e, al limite, se ci si sente diffamati, procedere per vie giudiziarie. Non esiste – non deve esistere – un “se l’è cercata”. Questo altro non è che becero cinismo, il quale spesso vorrebbe atteggiarsi a non conformistico dandysmo intellettuale, ma ancor più spesso si rivela quello stupido buon senso che, come diceva qualcuno, colpisce al di sotto della cintura dell’intelligenza. A dirla tutta, questo modo di dire, che a me appare come la giustificazione implicita e inconfessabile dell’ingiustificabile, non ricorda quanto si dice in occasione di atti di violenza sessuale contro donne? Era discinta, in minigonna, da sola, mezzo ubriaca, ammiccava, sculettava, guardava così, guardava cosà… beh, diciamo la verità: se l’è cercata…

Rubrica: L’annacata.

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