TRE APOLOGHI E UNA STORIELLA

di Giuseppe Tramontana.

PRIMO APOLOGO

Il mio amico Fabio, l’altra sera, mi ha raccontato un fatto che gli era accaduto. Qualche sera prima, aprendo il portone del condominio per rincasare, ha avvertito un odore forte e acre, un odore inconfondibile: gas.
CALAMANDREI (2)
“Era chiaro – mi ha detto – che in qualche appartamento c’era una fuga.” Allarmato, ha cominciato a salire le scale, annusando come un cane da caccia dietro ogni porta, finché non è riuscito a individuare l’appartamento con la fuga. “L’odore era talmente forte e l’aria ne era cosi pregna che mi sono reso subito conto che bastava una scintilla perché tutto esplodesse.” Per una strana associazione di idee – proprio strana in un momento di tensione come quello – si è ricordato che l’appartamento era stato dato in affitto proprio quel giorno ad una nuova famiglia. Senza porre tempo in mezzo ha cominciato a bussare (mai usare i campanelli in questi casi): non rispondeva nessuno. “In un primo momento, ho pensato che fossero fuori. Ma, poi, facendo mente locale, mi sono chiesto: e se invece sono dentro e stanno male, che so, sono svenuti?” Così, roso dal dubbio e dalla preoccupazione, il mio amico, persona disponibile e sensibile, oltre che scrupolosa, ha pensato bene di chiamare qualcuno. Gli è venuta in mente la proprietaria dell’appartamento, che non abita tanto lontano, oppure, i Vigili del fuoco, ma che si trovano all’altro capo della città.. In ogni caso, nulla da fare: non aveva il numero di nessuno dei due. Ha riflettuto. Il numero dei Vigili era facilmente reperibile, ma vista la distanza chissà quando sarebbero arrivati! “Nel frattempo – mi dice – ho iniziato a non sentirmi bene neanch’io perché l’aria stava diventando sempre più irrespirabile.” Ormai quasi in preda al panico, si è ricordato che l’anziana signora dell’appartamento a fianco a quello della fuga, per una mania tutta sua, conserva i recapiti di tutti i proprietari. Ecco, così la prioritaria sarebbe arrivata subito con le chiavi e avrebbe aperto! Ha bussato all’appartamento della vicina (ricordarsi: non usare mai il campanello!), e quasi immediatamente ha udito la voce della signora da dietro la porta: “Chi è?”

“Signora, mi scusi, sono Fabio, l’inquilino del piano di sopra,” si è presentato e poi con un po’ di concitazione ha chiesto il numero di telefono della proprietaria dell’appartamento a fianco.
La signora, per nulla allarmata ha risposto: “Si ce l’ho, ora glielo detto da dietro la porta… sa non posso aprirla perché, sapesse, le scale sono piene di gas!!”.
Non vi dico lo stupore del mio amico. La signora sapeva da parecchio che era in corso una fuga di gas e incredibilmente pensava che, chiudendosi in casa, sarebbe stata difesa dall’eventuale esplosione dell’appartamento a fianco. Roba da non credere. Tra l’altro, non si era neanche premurata di contattare gli altri inquilini per capire se fossero vivi o morti.
“La vicina, chiusa in casa, sbarrata la porta, non aprendo a nessuno, si sentiva al sicuro,” ha chiosato Fabio, scuotendo il capo in segno di impotenza.
Ora, sta a voi il debito confronto tra una povera signora egoista ed tanti altri mediocri egoisti che pur di continuare a grufolare nel proprio recinto mettono a repentaglio la sicurezza e la vita di un’intera comunità.

SECONDO APOLOGO

La storia del gas non è finita così, però. Mentre il mio amico Fabio tentava diligentemente di farsi dettare il numero da dietro la porta, i condomini cominciavano ad uscire sui pianerottoli, allarmati anch’essi per il nauseabondo odore di gas che stava invadendo i loro appartamenti. Il brusio aumentò, le raccomandazioni frammiste a stupidaggini facevano eco nella tromba delle scale ed interrogativi e teorie più o meno balzane sul comportamento dei gas passavano di bocca in bocca. Ma, all’improvviso, una voce adirata, delle urla quasi animalesche soverchiarono i brontolii. Era la voce inconfondibile di Armando, il condomino dell’ultimo piano. Gli altri, udite le urla, si ziottirono. Armando urlava, blaterava contro l’amministratore, quel “morto vivente” che non faceva altro che intascare le rate condominiali, fregandosene di mettere in sicurezza il palazzo, quel mangia-pane-a-ufo che pensava solo ad arricchirsi e a farsi la casa in montagna. Qualcuno dei condomini salì la rampa di scale e – così racconta il mio amico Fabio – vide Armando, una mano sulla ringhiera e l’altra a gesticolare, che vomitava insulti contro l’amministratore: “è un deficiente, un decerebrato, un coglione… E coglioni noi che gli abbiamo rinnovato la fiducia invece di mandarlo a calci in culo!” Insulti, improperi, epiteti ingiuriosi e, a volte, irridenti. Qualcuno cominciò a sorridere. Lui forse scambio il riso per mancanza di rispetto: “Ridi? Hai voglia di ridere! Questo (cioè l’amministratore) ci sta fregando da vent’anni e noi siamo pecoroni a non cacciarlo via…” Evidentemente, sentendosi chiamata in causa, la signora Carla, quella del secondo piano, intervenne: “E lei cosa propone?” “Di cambiare amministratore!” fu la sua pronta, urlata risposta. (per inciso, la signora Carla, l’indomani, parlando con una vicina di casa, avrebbe scoperto che un cugino del contestatore ha appena completato il corso per amministratore di condominio e quindi è alla ricerca di clientela… Vuoi vedere che….). Ma fu il mio amico, il quale, intanto, era riuscito a trascrivere il numero della proprietaria, mentre l’odore di gas era ormai insopportabile e tutti facevano a gara per aprire le finestre dei pianerottoli, che fece notare la stranezza di quel comportamento: “Armando,” gli urlò “visto che il problema è il gas, cosa proponi di fare?” E l’altro: “Il gas? Ma l’amministratore…” “Ma quale amministratore?” fecero in coro gli altri “a che serve parlare adesso dell’amministratore quando il palazzo rischia di saltare in aria!? Occupiamoci di salvare il palazzo e poi dell’amministratore ne discutiamo!”
A voi adesso spetta istituire un confronto tra l’Armando del quarto piano e un certo personaggio politico che continua a urlare contro la casta, ma non spiega mai come intenderebbe davvero e razionalmente affrontare i problemi del paese. E, a differenza del nostro condomino urlatore, non risponde nemmeno alle domande abituato com’è ai monologhi in piazza.

TERZO APOLOGO

I due apologhi precedenti me ne hanno richiamato alla memoria un terzo, raccontato a suo tempo da Piero Calamandrei (Scritti e discorsi, La Nuova Italia). Ascoltate. Ci sono due contadini che intraprendono un viaggio per mare. Di notte, mentre il bastimento si trova in mezzo all’oceano, i due dormono sottocoperta. Ad un certo punto, uno è svegliato dai rumori, dalle urla, dalle parole concitate che sente provenire da ogni parte, mentre la nave è sballottata dalle onde come un fuscello. Si alza e sale a prua. Immediatamente nota che sono in balia di una forte tempesta e che tra i membri dell’equipaggio regna una grande preoccupazione. C’è chi affannosamente urla ordini, chi incita, chi corre da una parte all’altra. Il contadino con molta fatica riesce a bloccare un marinaio per chiedere cosa stia succedendo e quello, realisticamente, gli spiega che c’è il rischio che il bastimento affondi a causa della tempesta. Il passeggero non perde un attimo. Corre sottocoperta per svegliare l’amico che dorme della grossa. Lo scuote, lo scuote. L’altro mugugna, ma non si sveglia. Alla fine, dopo innumerevoli scossoni, colpi e strattoni, ce la fa:
“Che c’è?” chiede infastidito quello che dormiva, “Perché mi svegli?”
“Alzati, la nave sta per affondare!”
“Uffa!” sbuffò l’altro “E a me che mi frega: mica è mia, la nave!”
Questa storiella venne proposta da Calamandrei per convincere i suoi interlocutori che la Costituzione è di tutti e che è dovere di tutti difenderla. Anche andando a votare. Poiché, in Italia, c’è ancora chi pensa che la difesa della Costituzione, la tutela dei diritti dei più deboli, la difesa dell’istruzione e della sanità pubbliche, della pace e della democrazia, dare voce alle donne, ai gay, ai lavoratori, agli immigrati, non siano affar suo. Ma la nave è di tutti, tutti ci stiamo sopra allo stesso modo e spetta a tutti difenderla. Anche andando a votare.

STORIELLA

Domenica scorsa mi ha chiamato un mio amico siciliano. Era da parecchio tempo che non ci si sentiva e quindi le cose da raccontarci – almeno teoricamente – erano tante. Ma, si sa come siamo fatti noi siciliani: al momento opportuno al desiderio di rivelare il nostro stato d’animo subentra il pudore del silenzio. Un silenzio che – per due amici siciliani – è più eloquente di qualsiasi discorso. Bene, gira e rigira, siamo incappati nelle elezioni.
“E tu per chi voti?” ho chiesto, sapendo in anticipo quale sarebbe stata la sua risposta. Infatti, questo mio amico è sempre stato di sinistra, comunista ai tempi di Berlinguer e, poi, via via sempre all’interno del ‘grande’ (come lo chiama sempre lui) partito, accettando le varie trasformazioni: PdS, DS, PD…
Invece, con mia enorme sorpresa, la risposta è stata diversa: “Voto Monti!”, mi ha detto, sicuro.
Non riuscivo a credere alle mie orecchie: “Monti!? E come mai? Non sei del PD, tu?”
“Certo, sono del PD, ma adesso ti racconto una storia che ti farà capire perché ho preso questa decisione. Dunque, quasi un mese fa volevo imbiancare la casa di campagna. Sai, si avvicina l’estate e noi ci andiamo coi bambini. Loro si divertono e, almeno fin quando non andranno per i fatti loro, voglio che se la godano, scorazzando liberamente nel giardino che mi hanno lasciato mio nonno e mio padre, lo sai no?” Infatti, lo sapevo. “Allora, volevo imbiancare la casa e così ho chiamato Angelo Crimi, Pignatuni, vah… te lo ricordi?”
Sì, me lo ricordo: è un imbianchino secco e nerboruto, bravissimo nel suo mestiere anche se, dicono, un po’ troppo amante della bottiglia, ma questo è un altro discorso.
“Angelo è un amico” continuava intanto l’altro al telefono “e tutti i lavori di questo tipo me li ha sempre fatti lui. Ecco perché mi sono rivolto di nuovo a lui: è un amico, lavora bene e in passato sono rimasto sempre soddisfatto. Però che è successo? Quando l’ho incontrato in piazza e gli ho chiesto di venire a imbiancarmi la casa, lui mi ha detto: ‘Mi dispiace, ma in questo periodo sono occupatissimo. Sto lavorando lontano, a Scicli, e ci resto fino all’estate: stiamo imbiancando vari condomini nuovi nella zona residenziale… Mi dispiace ma non posso proprio. Però, se vuoi, ti porto da Filippo Verro, lo conosci? E’ bravo e se ti ci accompagno io uno sconto te lo fa di sicuro…’ ‘Grazie,’ gli ho detto ‘Filippo lo conosco pure io, giocavamo a pallone insieme una volta. Ci vado io e ci parlo io, direttamente.’ ‘Se vuoi ti ci accompagno io’ ha insistito lui, ma io gli ho detto che ci andavo da solo, senza problemi: ‘siccome lo conosco,’ gli ho detto ‘non c’è bisogno che mi ci porti tu da Filippo, faccio da me.’ Ti sembra una cosa giusta?” mi ha chiesto alla fine.
“Giusto,” riconosco io, “e che hai fatto allora?”
“Che ho fatto? Sono andato da Filippo Verro e gli ho chiesto se poteva imbiancarmi la casa! Che altro potevo fare?”
“E questo che c’entra con le elezioni?” chiedo.
“Che c’entra? C’entra, eccome. Se tu, PD, mi vuoi portare da Monti, come continui a dire, che minchia me ne fotte di farmi accompagnare da te: da Monti ci vado coi miei piedi, senza che mi ci porti tu!”

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