TRENT’ANNI DOPO, DA COMISO A NISCEMI.

Giuseppe Tramontana.

TRENT’ANNI DOPO, DA COMISO A NISCEMI.

Quella fu la mia prima uscita pubblica. Cioè la mia prima manifestazione. E fu indimenticabile. A dire il vero, non volevo nemmeno andarci. Fu l’insistenza di Olga a farmi cedere ed a convincermi ad andare a Comiso, dove, si diceva,da giugno erano stati installati i missili Cruise. Cruise: già il nome mi pareva qualcosa di ostico, insidioso, con quel “Cru” che ostacolava, trasmetteva durezza, opacità, e quel “ise” che sibiliva, si insinuava subdolo, traditore come un serpente velenoso. Insomma fu per Olga che ci andai. Era carina, Olga,con i suoi occhialetti da intellettuale, la figura minuta, il suo eloquio pulito e la sua argomentazione intelligente. Non era di una bellezza travolgente, ma, mi incuriosiva; se non affascinarmi, mi solleticava. Anche perché, diciamo la verità, eroi alquanto a stecchetto. Avevo 15 anni, ero praticamente confinato nel mio paesello natio,  Francofonte, distante una quindicina di chilometri da Lentini, sede del Liceo che frequentavo. Tutti i miei compagni e compagne di scuola erano dei paesini intorno. Il grosso veniva da Carlentini, seguivano per numero i lentinesi e infine qualcuno di Villasmundo. Io ero il solo di Francofonte. O meglio, c’era una ragazza, francofontese pure lei, una ripetente, che non parlava mai – nemmeno quando era interrogata, nemmeno sotto tortura – e che ricordo schiva e ‘retrattile’: appena l’avvicinavi si ritraeva, scompariva alla vista. Letteralmente. Come una lumaca o una testuggine. Non mi viene in mente il suo nome. Era piccolina, i capelli scuri, gli occhi a palla. Sarebbe stata bocciata alla fine dell’anno e  non si sarebbe più iscritta al Liceo. Per me, all’epoca, Lentini, come dicevo, era ad una distanza siderale. Avevo solo con una vespina 50 malandata – cioè benandata: era rimasta  come era uscita dalla fabbrica, senza revisioni o trucchi, e quindi lentissima – con la quale avevo paura persino a percorrere la salita dell’Oliveto, in paese, figurarsi avventurarmi per la trafficatissima  Statale 194 Catania-Ragusa, per tutti i francofontesi “‘a strata di Lintini”!

Il giorno della manifestazione a Comiso, passarono a prendermi presto. C’era un pullman e alcune auto. Io attesi fin dalle sette di mattina alla rotonda, quella grande, che annoda  Via On. Sebastiano Franco e  Via Emanuele Filiberto. Giunsero dopo un’oretta. Mi caricarono e vamos. Speravo che Olga mi avesse conservato un posto accanto a sé, ma lei in pullman non c’era neppure. Era in una delle auto, insieme ad altri ragazzi della FGCI. Lungo la strada, tra canti pacifisti e qualche voluta di fumo che si alzava dai sedili in fondo, il caldo aumentava. Arrivammo a Comiso che erano quasi le dieci. Smontammo. Ero incuriosito, ma anche terribilmente spaesato. Lì attorno c’era gente di tutte le età. Bambini, ragazzi, ragazze, quarantenni, persino anziani. Alcuni, riuniti in gruppetti  chiacchieravano, fumavano, si confrontavano. Altri leggevano il giornale – di alcuni non avevo mai sentito parlare! -, altri ancora – tanti – distribuivano volantini, sistemavano bandiere arcobaleno, della FGCI, del PCI, di Democrazia Proletaria… C’erano  pacifisti, giunti da ogni parte d’Italia. E non solo. C’erano tedeschi, francesi, spagnoli, greci, svedesi, un tipo vestito da monaco buddista che picchettava a ritmi regolari, narcotici,  su un tamburello orientale. Tutti per fare blocco davanti al cancello dell’aeroporto del Magliocco. Tra loro, avrei scoperto, obiettori di coscienza e pacifisti storici, anziani partigiani che avevano fatto la Resistenza, ex sessantottini, ex settantasettini, autonomisti, antagonisti, compagni di strada e di partito, marxisti-leninisti e anarchici, i trotzkisti della Quarta Internazionale e i cattolici dei vari gruppi ecumenici e dialoganti. C’erano le donne, poi. Molte giovanissime, con strane giacche e leggeri vestiti indiani di cotone, coloratissimi. Per la prima volta vidi di persona quella sorta di scialle a quadrettoni bianchi e neri che chiamavano kefiah, che io avevo visto solo in televisione, di tanto in tanto, quando parlavano di cose del mondo arabo. Solo che lì, in tivvù, mi ricordavo, erano usati come copricapo, qui, in tutto o in parte ripiegate, come foulards sulle spalle. Fu Carmelo, un ragazzo della FGCI, di un anno più grande di me, che frequentava il mio stesso Liceo, che, mentre guardavo incuriosito quelle ragazze allegre e indaffarate, mi venne alle spalle e mi raccontò di come quelle giovani donne, qualche giorno prima o, addirittura proprio il giorno prima, avessero bloccato i camion che trasportavano i missili, infilandocisi sotto, fra ruota e ruota. E così i Cruise non erano entrati nella base. Alcune di loro, poi, continuava Carmelo, avevano usato un modo originale per contrapporsi pacificamente alle forze dell’ordine poliziotti: davanti alla base, avevano srotolato enormi gomitoli di lana colorata e, facendo il girotondo, avevano ‘legato’ se stesse ed  i poliziotti al cancello della base: ne era nata una  “ragnatela” colorata, che avevano ribattezzato pace. E di poliziotti ce n’erano poliziotti ce n’erano tantissimi anche quel giorno. Tantissimi. Schierati, come un muro umano, come gli Spartiati di Leonida alle Termopili, a protezione del cancello, con i pacifisti accovacciati a semicerchio, per terra, davanti a loro. Sul muro sovrastato dal filo spinato, dietro una lunghissima fila di eucalipti, era stato issato un enorme striscione: “Vogliamo vivere, vogliamo amare, diciamo no alla guerra nucleare”, c’era scritto.

Io, da parte mia, non sapevo bene come stavano le cose, ma volevo saperne di più. Scoprii (ma di alcune cose, di quelle, almeno sentite, seppur di sfuggita al telegiornale) che quella manifestazione era stata preceduta da polemiche e contrapposizioni. Che la Dc, il Psi di Craxi e i partiti laici minori (in particolare il Partito repubblicano di Spadolini) si erano schierati compatti a difesa delle decisioni del governo e della fedele alleanza con gli USA. Il Pci e la FGCI siciliani – questo me lo disse Olga, sulla via del ritorno, giacché il ritorno lo facemmo insieme, sul pullman, a contato di gomito –  avevano aderito alla protesta anti-nucleare, (non mi disse- forse perché non lo sapeva nemmeno lei – che da Roma  era arrivato l’ordine fare tutto con calma e di non esporsi eccessivamente). A margine, poi, mi raccontava sempre Olga, facendo saettare i suoi occhi vividi dietro le lenti rotonde, c’era la questione dei comisani, molti dei quali erano favorevoli all’apertura della base perché, così, sarebbero arrivati anche gli americani con i loro dollari da spendere.  Cosa, che, a dire il vero, si rivelerà errata: gli americani si costruiranno tutto, dalle botteghe di barbiere ai negozi – dentro la base e di dollari i comisani ne vedranno circolare ben pochi. D’altra parte, mi informava sempre Olga, c’erano molte preoccupazioni da parte del movimento antimafia: l’arrivo di un fiume di denaro per la costruzione della base aveva attirato continuava ad attirare la criminalità organizzata, come le mosche al miele. E già il segretario regionale del PCI, Pio La Torre (era la prima volta che sentivo quel nome) aveva pagato con la vita. Tra gli uomini delle istituzioni, solo Sandro Pertini, se ben ricordo, aveva appoggiato il movimento. Berlinguer, invece, aveva fatto notare che forse sarebbe stato opportuno non far arrivare i missili a ridosso degli anniversari di Hiroshima e Nagasaki.

            In ogni caso, quel giorno,fino ad un certo punto, filò tutto liscio. Nel pomeriggio, però,  quando noi eravamo sul punto di rimetterci in marcia per il ritorno, accadde qualcosa di strano, incomprensibile. La manifestazione si stava svolgendo in modo non solo pacifico, ma gioioso, stimolante persino, con dibattiti e discussioni che mettevano a confronto sindacalisti lombardi e disoccupati calabresi, pacifisti tedeschi e  anarchici catanesi, autonomi veneti e trotzkisti francesi.  Ad un certo punto,però,  accadde qualcosa. Un gruppo di ragazzi cominciarono ad urlare, lanciando improperi ed insulti contro i politici. Alcuni agenti – così mi dissero – impauriti da quella aggressività – ma solo verbale, eh -,  caricarono. I militari davanti al cancello, ad effetto domino, si avventarono contro altri ragazzi, che non ebbero neppure il tempo di scappare. Circondati, furono oggetto di manganellate, calci, pugni. Dapprima si udirono urla e lamenti, poi si alzò un grande polverone. Alcuni finalmente tagliarono la corda verso i campi, mentre piovevano i primi lacrimogeni sparati dalle forze dell’ordine. Poi si scatenò una sorta di caccia all’uomo, con i militi, inviperiti, che  inseguirono i ragazzi e le ragazze che, nel tentativo di sottrarsi alla carica, investivano e coinvolgevano, loro malgrado, anche quelli,come noi, che non eravamo in prima fila. Non solo, vennero risucchiati e colpiti anche quei medici, infermieri, preti, giornalisti che stavano tentando di placare gli animi ed evitare nuova violenza. Alla fine della giornata, lessi successivamente, i fermati furono una ventina ed un centinaio i feriti, di cui alcuni abbastanza seriamente.

Tornai a casa felice, galvanizzato. Avevo davvero la sensazione di aver vissuto qualcosa di importante. Magari di storico no, ma qualcosa che valeva la pena raccontare sì. Ero sudatissimo, puzzavo di sudore e polvere come un minatore cileno, la maglietta,un tempo  bianca, diventata ormai color pozzanghera, il colletto slabbrato, una manica lacerata sotto l’ascella, una scarpa sfondata. I jeans luridi, ma con una scritta appena sopra al ginocchio: “felice perché sei venuto – Comiso, 8/8/83. Olga.” Me l’aveva vergata lei, Olga, sul bus, con una bici nera. Felice lei e felice io. Ma, tra noi, non successe altro. Almeno quel giorno. Ma questa è un’altra storia.

Oggi, a trent’anni esatti di distanza, siamo ancora qui, ad affrontare gli americani e i governi italiani compiacenti. Oggi,la manifestazione è a Niscemi, 27 mila e rotti abitanti in provincia di Caltanissetta, dove è in piena costruzione il MUOS, acronimo da cartone animato che sta per Mobile User Object System. In soldoni, due torri radar alte 149 metri, munite di parabole e sensori,  in collegamento con i satelliti statunitensi che informeranno l’esercito a stelle e strisce in tempo reale con immagini, suoni, messaggi, files, ecc… La guerra è guerra. E la Sicilia è il luogo ideale per, se non altro, condurla. Come quello di  Niscemi  ce ne sono solo altri tre in tutto il mondo: uno alle Hawaii, uno in Virginia e uno in Australia. Sono quattro quanto i  quarti del pianeta da controllare. Quello che si presenta davanti al visitatore – dicono – è un paesaggio da incubo. La collina stuprata, sventrata. Voragini ampie come crateri di un vulcano. Il terreno lacerato dal transito dei mezzi pesanti, ruspe, betoniere, camion. Recinzioni di filo spinato, tralicci di acciaio. Una selva di antenne. E poi ancora antenne ed  antenne. Terrazzamenti, gli uni sugli altri, per centinaia e centinaia di metri. In cima, tre piattaforme in cemento armato. E un primo blocco di casermette, container in alluminio e i box per i generatori di potenza. Il tutto all’interno di una zona ambientale protetta: la riserva naturale “Sughereta” di Niscemi. Scempi che richiamano scempi, sconquassamenti a sconquassamenti, l’elogio della follia della guerra, l’estrema profanazione del paesaggio e dell’ambiente. Oltre che della dignità. Ma i niscemesi, e tutti i siciliani della zona Sud-orientale, non vogliono saperne di radar e compagnia bella. Perché? A parte il fatto,come abbiamo detto, che l’impianto sta sorgendo nel bel mezzo di una zona protetta, i cittadini hanno paura di alcune cosette. Che vanno sotto il nome di  radiazioni elettromagnetiche. Pare che provochino un surriscaldamento delle cellule con gravi danni per il sistema linfatico e sanguigno. Insomma, possibili tumori e leucemie. I più esposti sarebbero, poi, i maschi  poiché gli organi più colpiti risulterebbero i testicoli.  E, fatti fuori quelli, si sa, fatte fuori le generazioni future. Oggi, a ben guardare il pericolo,appare molto più reale e concreto che trent’anni fa, quando il pericolo c’era, ma era come qualcosa di più eventuale, più lontano. Ora non si ha paura dello scoppio (sempre eventuale) di una guerra nucleare, non di un ipotetico attacco nemico (e infatti non ci furono: né l’attacco né la guerra), ma di una cosa molto più semplice: della messa in funzione delle antenne. Appena entrano in attività, emetteranno le radiazioni elettromagnetiche. Senza nessuna ipoteticità o  eventualità a cui essere subordinate. Sarà così,  punto e basta. Purtroppo, alla manifestazione tenutasi a Niscemi qualche tempo fa non ho potuto esserci, invischiato come sono nella calura e tra le necessità famigliari padovane. Avrei voluto essere a Niscemi, insieme ai miei amici siciliani, a quelli che ancora ci sperano, in un mondo di pace e convivenza tra popoli e culture. E, chissà?, magari, a distanza di tanti anni, avrei potuto rivedere Olga. L’avrei riconosciuta? Mi piace pensare di sì. Entrambi più vecchi di trent’anni, entrambi con figli, ma con ancora la voglia di esporci e di batterci per qualcosa di grande, di enorme, che può essere fermato solo dalla nostra determinazione e dal nostro ideale. Avremmo ricordato i vecchi tempi, l’acerbo periodo passato insieme,  le risate e le preoccupazioni per le interrogazioni, i sogni e le scazzature politiche (lei restò alla FGCI,  io mi iscrissi a DP). E mi sarei fatto scrivere “felice per averti rivisto. Niscemi, 9/8/2013. NO MUOS”. Ma non sui jeans: questa volta sarei andato in bermuda!

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