Vite blindate

di Giovanni Puglisi

Un fragore, un rimbombo di motori si avvicina verso la Chiesa dei Cavalieri di Malta, tra i vicoli notturni dell’Isola di Ortigia a Siracusa.
Un silenzio gelido – benché siamo nel maggio del 1991, e a maggio, in Sicilia, è quasi estate – , attende l’arrivo di un corteo di auto blindate.
Mi trovo stretto in una morsa, tra giornalisti e televisioni locali.
Per arrivare sul posto ho dovuto lasciare l’auto lontano un chilometro.
L’isola labirintica – che, secoli fa, servì a proteggere i siracusani dalle invasioni nemiche che giungevano via mare – è interamente transennata.
Ogni vicolo è sorvegliato da un poliziotto o da un vigile urbano. Tutta la zona è stata bonificata, come si usa dire.
Dai balconi delle case antistanti la Chiesa altri agenti, in borghese, attendono istruzioni via radio con l’auricolare a un orecchio.
Avverto un’aria surreale, mentre il rimbombo diventa sempre più assordante. “Arriva!” – sento una voce concitata alle mie spalle.

Come un locomotore conduce le sue carrozze, così un’auto civetta guida il corteo blindato fino al nostro piazzale. Alcuni uomini, con giubbotti antiproiettile e pistola in pugno scendono rapidamente prima che le loro auto si fermino.
Tutte le forze dell’ordine sono in posizione, la tensione è palpabile. Sembra la scena di un set cinematografico. Viene dato l’ok dal caposcorta.
Al passeggero, tanto atteso, viene dato il segnale che può scendere. È Leoluca Orlando, l’ex sindaco di Palermo, colui che ha osato denunciare apertamente i rapporti politico mafiosi all’interno della corrente andreottiana siciliana. Cosa nostra non ha gradito e il neo deputato della Rete è un uomo morto che cammina.
Sono trascorsi diciotto anni e da allora mi è capitato altre volte di vedere altri politici, magistrati e imprenditori sotto scorta. Eroi che non vogliono esserlo. Né loro, né chi li protegge 24 ore su 24. Entrambi, però hanno la stessa sorte. Le loro vite procedono zigzagando a folli velocità, sperando che armi da fuoco pronte a sparare non si affianchino alle portiere delle loro auto, auspicando che pazienti detonatori non vengano azionati da mani potenti.

Roberto Saviano

Vite blindate, stravolte, affetti brutalmente strappati, amicizie abbandonate. Come in guerra. Un macabro rituale che non risparmia nessuno. Neanche a chi vive di sole parole. Come lo scrittore Roberto Saviano. Non era mai successo, in Italia, a memoria d’uomo, che un giovane trentenne per aver scritto un libro, Gomorra, al pari di altri come Salman Rushdie, abbia avuto in cambio la sua Sari’a dal gota dei casalesi.
Roberto non può più tornare a casa, non vive in un ufficio blindato di un tribunale o in un palazzo parlamentare o in una caserma. E’ solo uno scrittore. Da tre anni non ha più una casa fissa, è costretto a cambiarla ininterrottamente.
Roberto viaggia continuamente e con lui viaggiano le sue parole che inseguono per scelta la visibilità mediatica e lo rendono vicino alle persone oneste, di qualunque colore ideologico. Ha inteso la sua battaglia come qualcosa di diverso da una certa idea di militanza che si riconosce in uno schieramento politico.
“Chi muore per le proprie parole, muore perché quelle parole hanno difficoltà ad arrivare alle orecchie, agli occhi e ai cuori di molti. E’ questo che salva le parole pericolose e chi le scrive: l’attenzione delle persone, il lettore”. Così dice Roberto, e in qualche modo, ci è già riuscito.
La forza della parola non nascosta né perduta, la parola scritta o detta che dà la possibilità di esistere e che vive attraverso le storie: Roberto racconta le storie di Ken Saro-Wiva, autore nigeriano, impiccato a Lagos per essersi opposto alle compagnie petrolifere che tolgono risorse e ricchezze la sua terra, lasciando solo povertà ed inquinamento; di Anna Politkovskaja, uccisa per fermare la sua testimonianza sulla crudele guerra in Cecenia; di Varlam T.Salamov che dai gulag siberiani è riuscito a fare arrivare i suoi scritti senza svendere la propria dignità; di Miriam Makeba,Mama Africa, la voce che ha cantato la libertà di un continente, morta a Castel Volturno dopo un concerto per ricordare sei fratelli svendere africani uccisi dalla camorra. Tutto questo è La bellezza e l’inferno, il suo secondo libro. E poi altre storie che incontra nei suoi viaggi come quella dei due studenti universitari, Hans e Sophia Scholl,uccisi a Monaco dal regime nazista. Le parole giungono alle persone e, forse, rende loro giustizia.
Roberto ottiene consensi, a destra come a sinistra, raccoglie onorificenze, ma anche feroci attacchi da parte di quelle stesse istituzioni che dovrebbero tutelarlo. E questo lo rendono più esposto ai pericoli.
Ma è solo, Roberto, nel chiuso della sua stanza. Non ha più una vita normale. Non può più andare da solo a comperare un vestito o un paio di scarpe. Circondato dall’affetto dei suoi angeli custodi, lo rendono meno solo.
Dal 13 ottobre 2006 Roberto Saviano vive sotto scorta: 3 anni di vita negata, 3 anni di vita blindata.
Viaggia molto, dicevamo: apparizioni in televisioni, convegni e anche qualche manifestazione. Poi c’è il ritorno, in qualche appartamento segreto. E il rimbombo dei motori riprende la sua eco tra stradine e autostrade. A noi tiene compagnia, nell’illusoria rassicurazione di una persona ancora viva.

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