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Nel lodigiano i rifiuti li raccoglie la mafia
di Giulio Cavalli (*).
Una storia che si è sussurrata, bisbigliata. Una storia che mi è capitato di urlare in giro per la provincia. Negli occhi mi rimane la timidezza di chi, seduto al fianco durante una serata qualsiasi, si dissociava (millimmetricamente) con gli occhi di chi si trova dove si esagera.
ITALIA 90, la società che si occupa della raccolta di rifiuti in molti comuni del lodigiano, del cremonese e in alcuni comuni liguri è il braccio imprenditoriale di Cosa Nostra sull’immondizia lombarda. ITALIA 90 con il suo capannone a forma di tranquillo capannone lombardo a Ospedaletto Lodigiano (Lodi) è mafia. Con tutti i contorni della mafia: le minacce, le intimidazioni (come i dipendenti della ditta concorrente “buttati giù dai camion” come si diceva dei dipendenti della Meco Srl a San’Angelo Lodigiano), e i soldi. Una montagna di soldi. 22 milioni di euro di beni sequestrati tra Palermo e Lodi con quel filo sottile che molti si ostinano a non voler vedere. E chi vede si ostina a non volerne parlare.
Luigi Abbate (per gli amici degli amici “Gino u mitra”, vista la sua abilità con le armi) è uomo d’onore del mandamento mafioso di “Porta Nuova” a Palermo, impegnato in una fitta rete di società cooperative nel settore di raccolta e smaltimento rifiuti: una delle tante storie del “sud” che si leggono nei giornali “su al nord”. Abbate, del resto, è uomo conosciuto dalle forze dell’ordine: per due volte sottoposto a misure di prevenzione (nel lontano 1978 e poi nel 1996, con obbligo di soggiorno) viene arrestato il 23 settembre 2000 per concorso esterno in estorsione aggravata ed associazione a delinquere di stampo mafioso, poi nel 2005 in carcere per traffico di stupefacenti e cinque anni fa per il reato di estorsione aggravata, fino ad arrivare al 14 giugno 2006 alla condanna definitiva per il reato di cui all’articolo 416 bis. Luigi Abbate è un mafioso. Un mafioso con un reddito dichiarato da umile operaio.
Nelle storie di mafia si sa che arriva sempre l’investimento che non ti aspetti, con i soldi che non si riconoscono e che si nascondono sotto falsi nomi. Una di queste società è ITALIA 90 SRL costituita nel 1999 con la ragione sociale di “ITALIA 90 di Truddaiu Roberto e C. S.a.s. Con sede a Palermo in via dello Spasimo 62 e con alle spalle la solita ombra del Luigi Abbate e con sede operativa prima a Sant’Angelo Lodigiano (LO) e, dal 2008, nel Comune di Ospedaletto Lodigiano. E qui il filo arriva a noi. E diventa tutto dal sapore locale.
Dopo un giro di passaggi societari ITALIA 90 diventa di Claudio Demma, marito di Maria Abbate figlia di “Gino u mitra”. Amministratore unico Susanna Ingargiola. Tutti residenti nel profondo lodigiano: Sant’Angelo Lodigiano. Claudio Demma con i suoi pittoreschi modi da boss(ettino) in trasferta non mancava di raccontare la propria parentela con il temibile e temuto Gino ‘u mitra.
Claudio Demma difende con le unghie l’onorabilità del padrone occulto Abbate come un figlio con il proprio padre, come un cane con il proprio padrone: il 23 novembre del 2008 telefona a Nino Aiutino (un nome, un programma) riprendendolo per una brutta frase detta dal padre di Nino. Dice Demma di avere sentito urlare “Abbate me li sbatto nella minchia, Ginu u mitra ma suca”, e questo non è modo di parlare riferendosi al boss.
Poi Demma e soci sentono puzza di bruciato e cercano di salvare almeno il salvabile. Il 7 ottobre 2008 la famigliola Demma-Abbate discute allegramente sui prestanome da scovare in giro. Alla fine la scelta cade sulla dipendente di ITALIA 90 Francesca Castellese per la costituzione della società AZIMUT in cui nascondere i beni cercando di salvarsi.
Eppure ITALIA 90 è una storia che puzza da un pezzo. Nel 2003 Giannantonio Tealdi titolare della cooperativa “La Luna” aveva sporto querela contro Demma, ritenuto autore di danneggiamenti ai mezzi della cooperativa. In quella querela stava scritto a chiare lettere che su ITALIA 90 decideva solo e solamente Luigi Abbate, direttamente da Palermo.
ITALIA 90 ha monopolizzato, inquinato e calpestato il mercato dei rifiuti nelle provincie di Lodi e Cremona. Un mercato che per anni non è stato un mercato legale ma un campo dopato da gente con la voce grossa e (forse) concorrenti con la paura in tasca. Mentre si sparla di commissioni antimafia, di nuove leggi e di impegni chiaccherati e sbandierati in Questura ci dicono che il primo sospetto è nato perché un piccolo comune (Zelo Buon Persico) aveva deciso di approfondire le carte su questa “ombrosa” società fino ad annullarne l’appalto. Zelo Buon Persico ha meno di 7000 abitanti e un municipio grande come l’ingresso di grandi e potenti istituzioni. Zelo Buon Persico usando e osando le leggi a disposizione ha detto no a ITALIA 90 e i suoi amichetti. Ci è cascato invece Sant’Angelo Lodigiano e (udite, udite) il comune di Maleo dove siede la poltrona di Sindaco il Presidente della Provincia di Lodi, il leghista Pietro Foroni. Lo stesso che ha annunciato soddisfatto la nuova Commissione Antimafia della Provincia.
Come può il territorio non alzare la voce? Non scendere in piazza? Non allarmarsi almeno tanto quanto il pericolo scippi o la fobia dei rom?
La domanda sorge spontanea: sono eroi e illuminati i funzionari di Zelo Buon Persico o troppo timidi tutti gli altri?
Altrimenti trasferiamo quel funzionario del paesino all’interno del Palazzo Provinciale e avremo bella e pronta l’unica commissione antimafia che per ora ha funzionato a Lodi.
(*) Autore, attore, politico e scrittore.
Tag: Italia90, lodigiano, Luigi Abbate, mafia, Pietro Foroni, raccolta rifiuti, Sant’Angelo Lodigiano
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/29/nel-lodigiano-i-rifiuti-li-raccoglie-la-mafia/107991/
QUESTA NON È LA MIA MILANO!
di Emanuel Ernesto Caruso.
QUESTA NON È LA MIA MILANO!
La Milano della speculazione edilizia, devastata da colate di cemento, dall’Expo a grattacieli come quello della Regione Lombardia, con un atrio rigorosamente in cemento, grande come due campi di calcio con quattro piante circondate e soffocate dal cemento, piuttosto che ristabilire il verde delle querce secolari ai Giardini Botanici Gioia, o costruire nuovi asili, centri di aggregazione per ragazzi e case popolari che sostituiscano quelle poche, peraltro invase dall’amianto. Un’autentica beffa contro le persone che hanno lottato contro gli eco mostri.
QUESTA NON È LA MIA MILANO!
La Milano del sub appalto e il lavoro che è diventato un miraggio.
QUESTA NON È LA MIA MILANO!
La Milano dove il concetto di sicurezza, è semplicemente sbattere 1200 rom fuori dall’aria occupata; costringendoli a stabilirsi nei pochi giardini pubblici; deportandoli e privandoli di un loro spazio; costringendo i loro figli ad abbandonare la scuola. Obbligando le maestre a reperirli sul tutto il territorio allo scopo di ridare un volto al banco vuoto e un amico ai compagni di classe.
QUESTA NON È LA MIA MILANO!
La Milano che costruisce anch’essa sulle discariche (Quartiere Santa Giulia), mettendo a rischio la salute pubblica e costringendo la magistratura a sequestrare l’area.
QUESTA NON È LA MIA MILANO!
La Milano delle finte piste ciclabili. Disegnate all’ultimo momento con della vernice sulla carreggiata, con buona pace del ciclista (kamikaze) e di non essere investito dagli automobilisti.
QUESTA NON È LA MIA MILANO!
Quella che assiste indifferente alla fabbrica del fango nei confronti dei magistrati della Procura, colpevoli di processare quel qualcuno che non accetta che la legge è uguale per tutti.
QUESTA NON È LA MIA MILANO!
Quella che preferisce mettere in secondo piano i veri problemi della cittadinanza per occuparsi soltanto di alleanze e di apparentamenti in caso di ballottaggio.
QUESTA NON È LA MIA MILANO!
La Milano dell’Ecopass e della metropolitana: un autentico atto di propaganda.
La Milano, gli accessi alla città, rigorosamente senza parcheggi e averne costruito di nuovi, scavando e deturpando, in perfetto stile faraonico, nel centro della città e costringendo molti esercenti a cedere la propria attività, adiacente ai cantieri.
PER QUESTO E MOLTO ALTRO ANCORA, DOBBIAMO DIMOSTRARE A QUESTA GENTE CHE SI PUÒ E CHE SI DEVE CAMBIARE.
IL 4 MAGGIO ORE 18,30 SAREMO IN PIAZZA DUOMO A MILANO, PER UNIRCI, PARTECIPARE E DIMOSTRARE CHE ESISTE UNA MILANO DIVERSA.
Emanuel Ernesto Caruso
https://www.facebook.com/#!/profile.php?id=100001023528636
E’ giunto il momento di restituire la politica ai cittadini.
INTERVISTA A EMANUEL CARUSO
CANDIDATO AL CONSIGLIO COMUNALE DI MILANO PER IL MOVIMENTO 5 STELLE.
Emanuel, lei è la prima volta che si candida a una carica politica ?
Si, non mi sono mai candidato per nessuna carica pubblica, l’unica derivante da voto che ho ricoperto, è quella di delegato di fabbrica nell’azienda dove tuttora lavoro.
Il Movimento rifiuta i finanziamenti pubblici ai partiti e vorrebbe che le altre forze politiche, condividessero questa linea. Per quale ragione?
Il Movimento non solo ha inserito nel programma la rinuncia; ma ha anche concretizzato la scelta nelle Regionali dell’Emilia Romagna.
Il motivo della scelta, da me ampiamente condivisa, sta nel fatto che i cittadini avevano già espresso il loro voto, contrario al finanziamento, nell’ultimo referendum;
Non bisogna dimenticare che accettare i finanziamenti vuol dire lacerare un paese già devastato da un pesante debito pubblico.
Ci sono problemi sul territorio molto importanti come ad esempio: la quasi assenza di investimenti nell’edilizia popolare e inoltre le numerose problematiche (strutture fatiscenti, amianto, ecc.) comuni alle case popolari già esistenti.
I motivi della sua candidatura?
Innanzitutto ho deciso di candidarmi perché ho scelto tra lamentarmi e cercare delle soluzioni.
La mia candidatura, non lo nascondo, nasce da un senso di rottura verso una politica vecchia e distante dai problemi dei cittadini.
Quello che vorrei fare? Vorrei realizzare un sogno che trova spazio nel progetto ambizioso che leggo nelle parole e negli occhi dei candidati del movimento 5 stelle:
Il cambiamento è riportare la politica a livello dei cittadini e di occuparsi dei veri problemi della città, contrastando le lobbies che caratterizzano le scelte politiche attuali.
Quali scelte si sente di fare per concretizzare il cambiamento?
Penso che i comuni denominatori che devono muovere il cambiamento, siano nell’informazione e nella partecipazione delle scelte del consiglio comunale.
In sostanza, oggi i cittadini sono quasi totalmente all’oscuro delle scelte effettuate dal consiglio comunale: poco trapela dalle discussioni affrontate a palazzo.
Quello che si deve fare è informare direttamente i cittadini, attraverso mezzi di informazione idonei, per portarli a discutere e partecipare alla vita pubblica e alle scelte del consiglio comunale.
Questo passaggio deve avvenire tramite l’informatizzazione dei cittadini, l’accesso a internet in forma gratuita e la costituzione di un forum di discussione.
Ma lei crede che i cittadini vogliano essere partecipi ?
Non so quanto i cittadini vogliono partecipare, certamente tutti o quasi ne trarrebbero vantaggio.
Le faccio un esempio: Tutti i cittadini vogliono una scuola o un asilo funzionali per i propri figli , ma oggi sono quasi totalmente all’oscuro delle politiche comunali inerenti alle scuole.
Il sistema non aiuta la partecipazione, esiste un vero e proprio muro tra le rappresentanze (consiglieri) e i cittadini.
Il sistema di delegare ad altri le scelte e le decisioni, sta mostrando tutti i suoi limiti.
A Milano ci sono dei problemi molto importanti che riguardano la casa, cosa pensa di proporre ?
Guardi, io faccio il –VDS- volontario del soccorso con l’ambulanza, mi è capitato diverse volte di soccorrere persone nelle case popolari e ho notato spesso e volentieri piani interi di palazzi completamente sfitti. Questo lo trovo veramente scandaloso con i problemi che ci sono sul territorio.
Ho letto il –PRG- inerente al territorio di Milano e ho notato che: solo il 3% o 4% è destinato è all’edilizia popolare.
Questo non solo è illegittimo visto che la legge stabilisce che almeno il 40% dell’edilizia di un –PRG- sia destinato a quella popolare ma è anche pericoloso, perché un paese che non investe nell’edilizia popolare, statisticamente non cresce.
Quali altri problemi rileva importanti e degni di attenzione?
Sicuramente la viabilità, ma anche altre politiche che si possono adottare per migliorare la vita di tutti i cittadini.
Nonostante Milano abbia una morfologia favorevole alla realizzazione delle piste ciclabili, queste sono quasi inesistenti e quelle poche che ci sono risultano frammentate: si passa da pista ciclabile a parcheggi.
Abbiamo delle strade disastrate e piene di buche, che sono un vero e proprio pericolo e un attentato alla sicurezza dei cittadini che vi transitano, siano essi pedoni o veicoli.
Un’altra proposta importante, visto anche l’aumento dei carburanti fossili, petrolio e gas, è di dotare tutti gli uffici pubblici, scuole ecc. di pannelli fotovoltaici, questo porterebbe a un risparmio diretto per il Comune che potrebbe reinvestire offrendo dei veri contributi al privato per la realizzazione di progetti simili e, nel tempo, si otterrebbe la diminuzione della richiesta energetica con conseguente calo del costo energetico al privato cittadino.
Riqualificare le aree ex scalo merci in aree verdi, doterebbe di maggiori polmoni verdi per una Milano che negli ultimi anni è diventata più grigia e inquinata.
Senta, le auguro di riuscire nel suo intento nel frattempo la saluto e ringrazio per la sua disponibilità.
La ringrazio io per il suo servizio e la saluto con l’auspicio di una buona partecipazione alle decisioni politiche.
EMANUEL CARUSO
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La sfida del solitario Beppe Alfano, 18 anni dopo.
di Giuseppe Tramontana.
Il fatto è che lo scrittore deve
dire la verità, quand’anche sia terribile,
e il lettore deve conoscerla.
Voltarsi dall’altra parte, chiudere gli occhi,
passare oltre significa insultare
la memoria di quelli che sono morti.
(V. Grossman, L’inferno di Treblinka)
La sera dell’8 gennaio 1993, intorno alle 22, un signore di 47 anni, scuro di capelli, con barba e baffi ben curati, si trova in Via Marconi, il corso principale di Barcellona Pozzo di Gotto, paesone di 42.000 abitanti in provincia di Messina. E’ in macchina. Poco prima, ha accompagnato la moglie davanti al portone di casa. Ma ha notato qualcosa di strano. E’ corso fino all’angolo della strada, ha gettato un’occhiata alla piazzetta che si trova alle spalle dell’abitazione e poi è ritornato di corsa, allarmato: “Chiuditi a casa!” ha detto alla moglie ed è partito a bordo della sua Renault 9 rossa. Svoltato l’angolo, qualcuno lo raggiunge nel corso, lo affianca. La Renault accosta al marciapiedi, lui abbassa il finestrino e tre colpi di pistola calibro 22 lo raggiungono al collo, al viso, ad una mano. L’auto resta in moto, romba a vuoto, su di giri, il fumo, la cui consistenza è amplificata dall’aria fredda, l’avvolge completamente: sembra in fiamme. Qualcuno chiama i carabinieri, i quali arrivano e si accorgono che nell’abitacolo, riverso sul sedile di guida, c’è un uomo, il piede destro sull’acceleratore. Chi è? E’ Beppe Alfano. Di professione insegnante di educazione tecnica, ma soprattutto corrispondente da Barcellona del quotidiano La Sicilia di Catania. Non propriamente un giornalista, in quanto non è ancora iscritto all’ordine, ma ha una grande passione per il giornalismo, fin da quando, agli inizia degli anni ’70, ha iniziato a smanettare con le radio private, passando poi alle televisioni private ed, infine, alla carta stampata. E’ un tipo strano, Alfano. Soprattutto in un posto chiuso, culturalmente bloccato, tradizionalista come Barcellona, che, peraltro, si crogiola nell’illusione – in molti casi artatamente amplificata – che la mafia non esista. Ricorda molto la Catania di inizio anni ’80, la Catania svelata da Pippo Fava e dai suoi ragazzi, la Catania indicata a dito da Dalla Chiesa come luogo da cui la nuova mafia rampante muoveva alla conquista dei vecchi paradisi di Cosa Nostra.
Dicevamo di Alfano. Alto, bell’uomo, barba ben curata, insegnante, gran parlantina, aperto anche per via di un’esperienza di lavoro al Nord, a Trento, era, tuttavia un uomo di destra. Era stato simpatizzante di Ordine Nuovo ed era stato anche iscritto al MSI. Ma, all’interno del partito, le cose non andarono lisce. Si accorse che qualcosa non quadrava. Come ricorda la figlia Sonia “Lui denunciò i suoi stessi colleghi di partito, li denunciò pubblicamente e per questo fu espulso, gli strapparono la tessera. Lui mi ricordo che propose diverse interrogazioni parlamentari che riguardavano le truffe ai danni dei fondi europei e le propose a quelli che erano appunto gli esponenti del Movimento Sociale Italiano e non appena lui capì che questi personaggi lo stavano assolutamente palleggiando lui non esitò due minuti a prendere tutti i suoi carteggi e a proporre le interrogazioni a esponenti dell’allora PDS.”
Era un cane sciolto, Beppe Alfano: è questa la sacrosanta verità. E come altri cani sciolti, il suo destino lo percorre da solo, anzi isolato. Coraggiosamente.
Dalla fine degli anni ’80, Barcellona vive una lotta di mafia senza esclusione di colpi. Ed in questo periodo esplode anche la Mani Pulite peloritana. Nel messinese il vecchio sistema di potere comincia a dar segni di cedimento. Ma le cose tengono ancora. Anche perché, proprio in quel torno di anni, viene realizzato il raddoppio del binario ferroviario che porta nuovi finanziamenti, soldi freschi che fanno gola a tanti e che alimentano tradimenti, lotte e vendette.
Abbiamo già accennato a come sia un posto particolare, Barcellona, un po’ come tutta la provincia di Messina. Dal punto di vista criminale Messina è sempre stata considerata una provincia “babba”, un po’ stupida, perché – è risaputo – lì la mafia non c’è, non c’è mai stata. Oggi le cose stanno diversamente e anzi quella di Barcellona è indicata come una delle zone a più alta densità mafiosa della Sicilia. Tuttavia, all’epoca in cui Alfano scrive quel territorio passa per essere immune da infiltrazioni e contaminazioni mafiose. Ma è tutto fumo negli occhi. Niente vero. La mafia a Messina c’è, eccome, solo che non si vede molto. Per certi versi è la mafia più avanzata, quella che, parafrasando il famoso discorso di Sciascia a proposito della Chiesa, tende a farsi metafisica. Infatti, come emergerà dalle indagini successive, dal processo “Mare Nostrum”, da quello che verrà chiamato il processo al “verminaio di Messina”, da quello che segue all’omicidio, nel 1985, di Graziella Campagna, una ragazza di paese che aveva visto qualcosa che non doveva vedere (latitanti che, con nomi fittizi, ma conosciuti e riveriti, qui trovavano asili da nababbi), la mafia intrattiene normali rapporti con esponenti politici, con magistrati e uomini delle forze dell’ordine per gestire indagini e processi e per garantire una latitanza dorata ai boss ricercati di mezza (l’altra mezza) Sicilia. Si è scoperto che ha creato società in sinergia (parola tanto di moda in quegli anni) con imprenditori per inserirsi nell’economia, anche quella illegale. Ha rapporti privilegiati con i catanesi di Nitto Santapaola. Lavora, lavora in silenzio, con circospezione, senza clamori e senza attirare l’attenzione. E’ la quintessenza della mafia. E, ovviamente, premessa di tale modo di agire è far credere di non esistere nemmeno, tenere tutto tranquillo e sottotono. Ma, agli occhi di chi sa leggere la realtà, è tutta una bufala, cortina fumogena per vista, udito ed intelligenza. Perché? Perché, contrariamente alle apparenze e quanto declamano i corifei negazionisti della presenza mafiosa, a Barcellona la mafia c’è ed opera? Alcuni esempi, per chiarire. Fin dagli anni ‘70 da qui hanno iniziato a transitare le rotte del contrabbando di sigarette che sono diventate rotte della droga. Qui – si saprà dopo – c’è una raffineria di eroina gestita dal boss Francesco Marino Mannoia, e sempre qui, a Barcellona, c’è un importante manicomio giudiziario (quello al cui ingresso, in anni lontani, era scolpito il filosofico e criptico motto: “non tutti ci sono, non tutti lo sono” – cioè: non tutti i pazzi sono qui dentro, non tutti quelli che sono qui dentro sono pazzi – assurto a detto proverbiale tra i siciliani di tutto il mondo), manicomio, di fatto, controllato da Cosa Nostra, in cui, grazie a perizie psichiatriche compiacenti, finiscono boss come Tano Badalamenti, ma anche boss della ‘Ndrangheta calabrese e persino capi della mafia americana. Bella vita, quella. La vita è una delizia: altro che manicomio giudiziario! E, poi, quando ci si stufa, si può sempre evadere. A piacimento. Ma, a Barcellona, circolano denari, tanti denari, denari che dovrebbero servire per il raddoppio della linea ferroviaria, per l’autostrada Messina-Palermo, per gli appalti e i subappalti. Tutto questo, tutta questa tranquillità è tutelata e garantita dal boss Francesco Rugolo e trova sponda nell’imprenditore, Francesco Gitto, presidente della squadra di calcio cittadina, amico di politici influenti e parente di Mario Cuomo, il governatore di New York. Ma, a metà degli anni ’80 accade qualcosa e la tranquillità va a farsi benedire.
Nel 1986, a Terme Vigliatore, vicino a Barcellona, torna Pino Chiofalo, detto “Pino u’ sceccu”, l’asino. Chiofalo esce di galera e reclama la sua parte. E’ il capo della cosiddetta mafia emergente, quella che scalpita e che non è disposta a sottostare alle regole di Cosa Nostra. Scatta la guerra. Girolamo Petretta, storico referente delle famiglie palermitane, viene freddato nel novembre dell’87, Franco Emilio Iannello in marzo, Carmelo Pagano in luglio, Francesco Ghitto in dicembre. Poco dopo, la polizia compie un blitz a Pellaro, in provincia di Reggio Calabria, durante un summit mafioso. Tra i convenuti, anche Pino ‘u sceccu e i suoi luogotenenti. Finiscono tutti arrestati. Chiofalo si becca l’ergastolo, ma resta in carcere fino al ‘95, quando comincia a collaborare con la giustizia. Parla, ammettendone la diretta responsabilità, degli omicidi di quella atroce guerra di mafia, ma dice cose più interessanti ed inquietanti. Ad esempio, accusa alcuni magistrati e alcuni esponenti delle forze dell’ordine di essere d’accordo con la cosca avversaria, sostenuta dal boss catanese Nitto Santapaola, che li avrebbe usati per toglierlo di mezzo in maniera pulita. Eliminato Chiofalo, la situazione si normalizza. Molti dei suoi passano il guado: si avvicinano allo schieramento vincente. Il capo dell’ala militare, il capomafia di Barcellona, il referente diretto di Santapaola in questa striscia di Sicilia è un giovane di buona famiglia, Giuseppe Gullotti.
Ma c’è dell’altro. Dal maggio 1992 anche Barcellona ha il suo Tribunale, con un pm che cala dal nord con l’animo di chi va in trincea contro la mafia. Si chiama Olindo Canali ed ha bisogno di informazioni. Così conosce Alfano, giornalista solitamente bene informato, che sa fare il suo mestiere, un cane sciolto che non guarda in faccia nessuno e si lancia contro tutto e tutti perché ha qualcosa per cui val la pena alzarsi la mattina: una dignità personale e un ideale di verità e di giustizia da perseguire. In poco tempo, tra il corrispondente e il magistrato nasce un rapporto stretto. Poco prima di essere ucciso, si sa che Beppe Alfano vuole parlare con il magistrato. Ma non farà in tempo. Ma parlargli per dirgli cosa?
Abbiamo detto che Alfano scriveva di mafia. E già questa era una notizia, in una zona in cui ufficialmente la mafia non esisteva. Era come se oggi un cronista scrivesse del Sacro Graal, del mostro di Lochness o di Topolinia. O di Berlusconi iscritto alla P2: tutte cose inverosimili, surreali, parti fantastici. Ma Alfano, come ognuno, ha le sue fissazioni. E’ convinto, ad esempio, che don Nitto Santapaola sia nascosto a Barcellona. E’ convinto, dirà la figlia, che un tizio che si fa chiamare ‘zio Filippo’, che non è barcellonese e che abita a circa 30 metri da casa sia, in Via Trento, sia in realtà il boss latitante catanese. Dopo la sua morte, l’hard disk del suo computer restituirà quelle sue scoperte, quei suoi convincimenti. Quando Santapaola verrà arrestato si saprà che le intuizioni di Alfano erano esatte.
Ma Alfano ha un altro sospetto – e lo dice: che la mafia si occupi del commercio delle arance e usi proprio le arance per truffare l’Unione Europea e l’AIMA, l’agenzia di stato per gli aiuti al mercato agricolo. E’ un altro tassello.
Non solo. Ha intercettato un traffico internazionale di stupefacenti che passava dal porto di Barcellona, zona più tranquilla e meno controllata rispetto ai classici approdi di Palermo o Catania o Augusta. Un tassello ancora.
Ma c’è dell’altro. Ha messo il becco nelle vicende dell’AIAS, un’associazione che si occupa di assistenza agli spastici, con sedi e strutture, sì, in tutta la Sicilia, ma con quella di Milazzo che spiccava per ricchezza e finanziamenti a pioggia, con centinaia e centinaia di dipendenti, un ingentissimo patrimonio immobiliare e un giro di svariati miliardi. E scrive, Alfano. Scrive di quello che va scoprendo, scrive di quello che vede, di quello che altri vogliono resti segreto. Nei suoi articoli, Beppe Alfano scrive degli acquisti gonfiati, delle assunzioni facili, degli interessi innominabili, provocando un’inchiesta che arriva a toccare Nino Mostaccio, presidente dell’AIAS.
E poi c’è la questione della loggi massonica che lo fa arrovellare. Scrive nel suo computer che a suo parere da qualche settimana tutti i venerdì sera dopo le 22.00 nei pressi di casa (l’8 gennaio, quando viene ucciso è un venerdì e lui cade tra le 22.18 e 22.22!) si riuniscono esponenti di spicco di una loggia massonica coperta di rito scozzese. La loggia è travisata da circolo, un circolo culturale molto antico, che si chiama Corda Fratres, di cui fanno parte molti bei nomi di Barcellona, esponenti di tutti i settori della società civile, avvocati, politici (come il sen. MSI e poi AN Domenico Nania ed il sindaco dell’epoca Candeloro Nania), presidenti di associazioni ed enti, qualche intellettuale, qualche magistrato (come il futuro Procuratore generale della Corte d’Assiste d’Appello di Messina, Franco Cassata), insomma persone note e rispettate. Ma, in mezzo a costoro, ce n’è uno molto particolare, che al momento della sua iscrizione non è ancora salito alla ribalta della cronaca e almeno ufficialmente è ancora un bravo ragazzo della Barcellona-bene: il boss Giuseppe Gullotti.
Nel processo seguito alla morte di Alfano, nel 1999, Gullotti è stato condannato a 30 anni con sentenza definitiva perché ritenuto mandante militare, cioè il boss che diede l’assenso. Nel 2006, dopo varie vicissitudini processuali, è stato condannato a 21 anni e 6 mesi con sentenza definitiva anche Antonio Merlino, ritenuto il killer, cioè la mano armata. Ma nulla si sa di chi fu a volere la morte. A tutt’oggi i mandanti mancano. Manca chi volle la morte di Beppe Alfano perché, come riferirono Di Matteo e Brusca, “aveva rotto le palle” in quella zona. E raccontarono anche che, all’epoca, c’era stato un incontro a San Giuseppe Jato tra corleonesi e barcellonesi. Il referente di questi ultimi era proprio Gullotti. Fu in quell’occasione che si parlò di Alfano e fu sempre in quell’occasione che Gullotti fornì ai palermitani il telecomando per l’attentato a Giovanni Falcone.
E Barcellona? La città ha reagito, ha preso coscienza, si è ribellata, ha avuto un sussulto di libertà?
Barcellona aveva vissuto le denunce di Alfano con un misto di scetticismo e indifferenza. Buona parte della città non cambiò atteggiamento dopo la sua morte. E’ vero, una parte, minima probabilmente, comprese, si svegliò come da un torpore, si guardò attorno sgomenta, stranita, come in cerca di un motivo, di un’identità, di una risposta plausibile alla fatidica domanda ‘chi siamo?’. Ma fu, in verità, poca cosa. La gran parte ha continuato a rifiutare la figura di Alfano. Il posto è piccola, la gente mormora e spesso questa gente è tutta imparentata o, più o meno sanamente, amica di tutti. Ad oggi, per esempio, non esiste una via intitolata a Beppe Alfano. Ma, soprattutto, è successo per il giornalista barcellonese, quanto accadde per altri cani sciolti, coraggiosi, integerrimi, sagaci, ma soli, soli, inequivocabilmente ed irrimediabilmente soli: Pippo Fava e Peppino Impastato, tra gli altri. In tutti questi casi il tentativo è stato quello di screditarli, delegittimarli, sputtanarli, infangarne la vita, ancor prima che la memoria, derubricando il loro assassinio tra i famigerati motivi passionali (Fava e Alfano forse avevano un’amante…: falso, nessun’amante! Impastato era un terrorista…: falso, era di DP, ma rifiutava la violenza!). Una strategia mafiosa, avallata dai mass media locali e dal comodo scetticismo che, in alcune zone della Sicilia, copre paure collettive e vigliaccherie private. Allorché si continua ad uscirsene con quella idiota frasetta – “Ma a lui che glielo ha fatto fare?”- che cerca di coprire l’impotenza con il bieco cinismo, la pavidità e la rassegnazione con il pragmatismo del saper stare al mondo.
A quella retorica domanda verrebbe da rispondere: “L’onestà, la dignità e la speranza in un mondo migliore gliel’hanno fatta fare! E le ha pagate anche per riscattare te, visto che tu, caro amico, con i piedi per terra e con il tuo perbenismo poltrone, non puoi disporre di merce tanto rara.”


















